Il Formaggio Svizzero dialoga di pace con Trump e porta l’umanità ad un passo dal baratro

Dopo l’incontro tra Zelenskij e Trump, abbiamo mandato il Formaggio Svizzero a trattare col presidente americano sui temi caldi del momento: i dazi, la pace mondiale, il ruolo dell’Europa nel mondo. La scelta è caduta sul latticino perchè è l’unico di noi dotato di occhiali, un accessorio di alta classe che in qualche modo può controbilanciare la mise informale con cui in genere si presenta, e perché dotato di una mimica impeccabile, capace di abbattere le eventuali barriere linguistiche. Ad accompagnarlo in questa missione abbiamo voluto Golia, un mezzo anfibio astuto e capace, dominatore indiscusso delle terre e dei mari ma scarsamente avvezzo alle poltrone, come purtroppo si evince dal filmato proposto.
L’incontro è stato cordiale e proficuo finchè il latticino, in genere abbastanza diplomatico, non si è fatto prendere la mano ed ha abbandonato i temi in agenda, mettendosi a perorare la causa della Svizzera. Siccome si trattava della Svizzera nemmeno lui sapeva cosa c'era da perorare e per un’ora ha blaterato di tassi d’interesse e orologi a cucú, riuscendo a far innervosire Trump e buona parte dello staff presidenziale. Per fortuna è intervenuto il vice presidente Vance che è apparso molto interessato e ha voluto approfondire l’argomento chiedendo cosa fosse la Svizzera e dove stesse. Siccome neanche il Formaggio Svizzero era molto ferrato sull’argomento, ha cercato di rimanere nel vago sostenendo che “la Svizzera è un luogo dell’anima” e che “la Svizzera va vissuta non capita”; poi, citando a vanvera il presidente Kennedy, lo ha apostrofato: “non chiederti dov’è la Svizzera, chiediti dove sei tu rispetto alla Svizzera”. Infine, prima di far scoppiare la terza guerra mondiale, ha diplomaticamente finto quello che poteva essere uno svenimento, o una resa incondizionata, o un patetico tentativo di sedurre i presenti rendendosi gustoso e appetibile. Per fortuna nessuno tra quel popolo di mangiatori di hamburger ha voluto approfittare del suo mancamento e il nostro ambasciatore è potuto tornare a casa sano e salvo. Sul tavolino della Casa Bianca, comunque, è restata una macchia untuosa a perenne memoria del nostro passaggio. E questo, consentiteci, lo possiamo interpretare come un nostro parziale successo.