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Il Regista

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Si racconta che il Regista abbia realizzato 18.264 produzioni, piccoli film animati elaborati per raccontare il proprio mondo e ottenere fama e gloria. Delle ragioni profonde che lo spinsero ad un tale dispendio di energia si è molto parlato, soprattutto fra i medici che l’hanno avuto in cura, ma non si è mai venuto a capo di nulla, anche perchè visionare 18.264 filmati era un compito improbo e nessuno dei luminari interpellati è mai riuscito a portarlo a termine. In famiglia si racconta di un professore ucraino che riuscì a esaminarne 1.273 prima di essere internato in una casa di cura, ma la cosa non è certa. In Spagna il professor Luis Hernandez, dell’Universidad de Sevilla (clicca qui), nel tentativo di comprenderne i significati reconditi si propose di visionare a tempo indeterminato una delle animazioni più riuscite del Regista, una gif complessa ispirata al cinema di Michelangelo Antonioni che affrontava il problema dell’incomunicabilità e tentava di risolverlo, proponendo soluzioni ardite e innovative (clicca qui). Purtroppo, dopo 72 ore consecutive di studio, ebbe un crollo emotivo e finì per identificarsi col protagonista: perse il lavoro, la casa, la famiglia e si ritrovó su un marciapiede a chiedere l'elemosina (clicca qui). E pare che negli Stati Uniti, in una base segreta nel deserto del Nevada, un team di scienziati abbia costretto delle cavie da laboratorio a prendere visione dell’intera opera. A salvare i poveri animali fu uno dei criceti che, preso dalla disperazione, riuscì ad evolversi abbastanza da scardinare la serratura, fuggire dalla gabbia e chiamare la stampa per denunciare l’intera faccenda. Il governo americano dovette intervenire per insabbiare tutto, e la cosa finì lì. Per comprendere il Regista e la sua opera, quindi, bisogna armarsi di coraggio, di una buona dose di Maalox e sistemarsi in poltrona col telecomando in una mano e il telefono per le emergenze nell’altra.

Per afferrare il senso dell’opera basta studiare con attenzione uno dei primi film. Era vagamente autobiografico, s’intitolava “Il buio dentro” e raccontava con dovizia di particolari dello stato depressivo di un formaggio svizzero (clicca qui), delle ore vissute nella solitudine e nell’angoscia esistenziale (clicca qui) e degli incubi terribili che lo tenevano sveglio la notte (clicca qui). Nel seguito “Il buio dentro: ancora peggio” si raccontava dei tentativi del suo migliore amico, l’uovo, per tirarlo su di morale (clicca qui), del suo fallimento (clicca qui) e dei cupi presagi di morte di cui a sua volta divenne vittima (clicca qui). Nel terzo film “Il buio dentro: la rinascita” si parlava del provvidenziale intervento del Regista stesso, che riusciva a trarre in salvo i due amici rinsaldando il loro legame e rendendoli, sotto molti punti di vista, migliori di prima (clicca qui). Queste tre pellicole sono un ottimo esempio dello stile dell’artista e di come, con poche essenziali pennellate, cercasse di ravvivare una realtà scomoda, rendendola a suo modo gradevole e sopportabile.  

Si racconta che per realizzare le proprie produzione abbia trasformato il proprio appartamento in una sala di posa, utilizzando l’arredamento per improbabili scenografie:  come ad esempio il remake di “King Kong”, in una discutibile versione dove un emmental del peso di tre etti scarsi cercava di arrampicarsi su un artigianale Empire State Building (clicca qui) per gettare il panico su un’atterrita New York (clicca qui). Ma per un allenato occhio critico neppure il dispendio di scene ad alto contenuto adrenalinico bastavano a rendere la pellicola valida e degna di attenzione (clicca qui). Di quel periodo soltanto alcuni film storici risultavano avere un qualche valore artistico, come la pellicola “Gli ultimi giorni del Fuhrer”, remake di “Der Untergang” film tedesco del 2004, in cui si raccontava degli ultimi giorni di Hitler e dell’implacabile morsa che lo costrinse nel suo bunker di Berlino (clicca qui). Il film non era bello in sé, ma apprezzabile per il coraggio intellettuale e per l’elevato valore morale contenuto in alcune memorabili riprese (clicca qui).

Sappiamo che una volta scrisse una lettera a Steven Spielberg esordendo con un “Gentile collega” e terminando con un “In attesa di una Sua risposta le porgo i più cordiali saluti, a Lei, alla sua Signora e a tutta la sua Progenie”. Nella missiva, peraltro estremamente gentile, si proponeva per una collaborazione stimolante: uno spin-off di “Jurassic Park” dove un improbabile Ovosaurus Rex di trenta tonnellate si aggirava per Genova allo scopo di ribaltare la catena alimentare e terrorizzare la popolazione (clicca qui). La mancata risposta del regista americano gettava nello sconforto il nostro autore che rinunciava al progetto per tornare a dedicarsi al tema dell’incomunicabilità, nel segno di un cinema di indubbio valore artistico ma di scarso appeal per il grande pubblico (clicca qui). La crisi durò circa otto anni e secondo alcuni esperti la sua produzione di questo periodo non fu del tutto negativa, ma ebbe i suoi alti e i suoi bassi. Secondo altri, più prosaicamente portati a vedere il bicchiere mezzo vuoto, ebbe invece soltanto “bassi e più bassi ancora”, o “bassi e ultramega bassissimi “, o, volendo ingentilire la questione, “molto bassi e diversamenti alti”. La faccenda non è ancora risolta anche perché, per risolverla, bisognerebbe visionare l’intero materiale prodotto in quel periodo e rischiare di fare la fine del professore spagnolo. Professore che, vogliamo ricordare, pare che sia tornato ad insegnare alla Universidad de Sevilla senza però essersi ripreso del tutto (clicca qui).

Si racconta che per un certo periodo la moglie abbia tentato di frenare le velleità artistiche del marito, nascondendogli l’attrezzatura fotografica in luoghi dove non sarebbe mai andato a mettere il naso, come la vasca da bagno o il cassetto della biancheria pulita. Il Regista non si perse d’animo e allestì un palcoscenico in soggiorno per dirigere i propri attori più dotati nel sequel di “Aspettando Godot” (clicca qui), una drammatica piece teatrale dove al pubblico, in attesa da quasi settant’anni, si svelava finalmente l’identità del misterioso Godot (clicca qui). Esasperata dal comportamento del marito e provata dalla complessità delle tematiche proposte, la moglie cercò di farlo ragionare colpendolo alla testa con un emmental di tre etti scarsi appena tirato fuori dal frigorifero. L’improvvisata terapia non sortì gli effetti sperati: il marito, impressionato dalla prestanza atletica del latticino, lo sottopose ad alcuni provini e lo introdusse all’arte dell’aerobica. Dopo appena tre mesi la moglie chiese il divorzio e il Regista, per la prima volta in vita sua, restò completamente solo. Ma grazie a questa drammatica svolta, il mondo finalmente ebbe questo (clicca qui).

Trovandosi in completa solitudine, il Regista si rinchiuse ancor più in se stesso limitando i contatti con il mondo esterno a sporadiche incursioni al supermercato, indispensabili per rimpolpare di provviste la propria dispensa e integrare le troupe per le sue sempre più complesse produzioni. Ed era proprio nei kolossal del periodo, nell’espressione conciliante del sopravvissuto all’ecatombe zombie nel formidabile remake di “La notte dei morti viventi”, ad esempio, che ad un occhio attento alcuni vaghi segnali di malessere psichico potevano risultare evidenti (clicca qui). Col passare degli anni le apparizioni pubbliche si diradarono, o si fecero imbarazzanti (clicca qui), fino a che, sul finire del 2020, cessarono del tutto. A partire dal nuovo decennio il Regista rifiutò di avere contatti coi propri simili, se per propri simili si intendono mammiferi dotati di pollice opponibile, connessioni neuronali complesse e capibranco inadeguati (clicca qui). Ad oggi nessuno sa che fine abbia fatto: è ancora chiuso nel proprio appartamento a realizzare capolavori? Si è ritirato a vita privata? È stato divorato dal proprio pranzo? È un mistero: di lui ci restano soltanto i capolavori che ha prodotto, e il bellissimo ricordo. 

Si racconta che fosse nato con la telecamera in mano e che questo rese particolarmente sgradevole il parto alla madre, all’infermiera e all’ostetrica che, per paura di dover rimborsare l’attrezzatura, dovette fare molta attenzione nel dare il colpetto richiesto alla schiena del nascituro. Non sappiamo se questo è vero, certo è che fra le 18.264 produzioni del Regista ne spicca una intitolata “La mia nascita” che il Regista girò il giorno stesso della sua venuta al mondo (clicca qui). Comunque siano andate le cose si tratta di un documento eccezionale, sia per la qualità del lavoro svolto che per l’impressionante numero di inesattezze scientifiche concentrate in cinque secondi di riprese. Un ultimo pensiero corre all’ostetrica, la donna di animo gentile che, pur avendone l’occasione, non lasciò la presa del neonato mentre lo teneva a testa in giù per le caviglie. Di lei ci resta soltanto un misero fotogramma, estratto dalla pellicola appena citata (clicca qui). 

Si racconta che una volta il Regista si presentò dal proprio medico con una colonscopia artigianale realizzata con l’ausilio, ebbe a giurare, di una minuscola telecamera e di un po’ di spago. Ci tenne a precisare che si trattava della prima colonscopia neorealista mai girata in Italia e che voleva essere un chiaro omaggio al cinema di Rossellini e De Sica, che tanto avevano dato al nostro paese e al mondo intero (clicca qui). Poi chiese al povero medico un giudizio “spassionato” sulla qualità dell’opera, sull’effettivo valore artistico delle riprese e, per finire, se vi fossero patologie di cui preoccuparsi. Il Regista, in effetti, tendeva a confondere la realtà dalla finzione, ritenendo che la prima non fosse altro che una finzione condivisa, mentre la seconda era una una finzione, certamente, ma ancora da condividere. E questo per il Regista non era una differenza da poco.