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La collina del disonore

La Collina del Disonore

 

Uno dei miei film preferiti è “La collina del disonore”, un film del 1965 diretto da Sidney Lumet. La pellicola, che aveva come protagonista Sean Connery, racconta delle vessazioni a cui sono sottoposti i prigionieri di un campo disciplinare durante la seconda guerra mondiale. Nella parte del protagonista ho scelto un pezzo di groviera che già da tempo osservavo con ammirazione. Trovo che abbia lo stesso fisico statuario e asciutto del Connery prima maniera e se si dovesse rivelare all’altezza delle aspettative sarò costretto a scegliere un altro formaggio per farcire gli involtini. La parte di Williams, il perfido sergente che infierisce sadicamente sui prigionieri, ho voluto affidarla ad una bottiglietta di Ketchup che da molti anni tenevo in frigorifero perchè non sapevo come utilizzare. Ho provato a metterla su delle uova in una occasione, ma da allora tutte le volte che ho allungato le mani per afferrarla ho percepito della tensione provenire dal loro scomparto e ho desistito. Lavorare fianco a fianco con molte di loro mi ha portato a provare dell’empatia e adesso non riesco più a mangiare un’insalata russa senza avvertire un certo disagio. 

Per prelevare la bottiglia di Ketchup senza traumatizzare le uova mi sono alzato alle tre di notte e ho cercato di fare il minimo rumore possibile. In effetti non so niente del ciclo del sonno di quegli alimenti: ho provato a leggere le avvertenze sulla confezione ma oltre al peso, alla provenienza e alla quantità di calorie che devono consumare per restare in forma, non c’è scritto altro. Le loro mamme, le galline, generalmente a quell’ora dormono, per cui ho dato per scontato che i loro figli facessero lo stesso. 

Ho lasciato la bottiglietta di salsa sul termosifone affinché facesse un po’ di preriscaldamento e fosse in forma per le riprese. Spero che l’averla tenuta appartata in un angolo del frigorifero per tre anni non l’abbia demotivata: in passato ho conosciuto un gorgonzola che dopo essere stato dimenticato in frigorifero per dieci mesi era diventato ingestibile. Ma nel contempo spero anche che il ketchup abbia accumulato abbastanza frustrazione da trasmettere questa sensazione agli spettatori. Sono un fautore del metodo Stanislavskij e penso che solo mettendo gli attori sotto pressione si possa estrarre da loro un atteggiamento consono alla scena che stanno girando. Mi ricordo che una volta, dovendo girare con un uovo una scena horror, per metterlo nella giusta disposizione gli ho fatto passare la notte fuori dal frigorifero, sdraiato con un po’ di sale e un goccio d’olio su una foglia di lattuga, accanto al bollitore dell’acqua. La mattina dopo l’uovo era cotto alla coque: suppongo sia stato vittima di una qualche suggestione psicologica, una sorta di effetto placebo in cui il soggetto, in previsione di una futura cottura, si assoda da solo.

In mattinata ho messo il groviera sul termosifone accanto al Ketchup per vedere se legavano. L’effetto è stato sorprendente: come se i due alimenti fossero fatti l’uno per l’altro. La salsa di pomodoro, col suo rosso intenso, suggeriva un temperamento sanguigno e collerico che ben si addiceva al personaggio del sergente; mentre il groviera, a contatto col calore del riscaldamento, si è accasciato su se stesso come se volesse anticipare lo stato d’animo spossato e abbattuto del protagonista. Mi sono commosso e ho dovuto lasciare la stanza, anche perchè cominciavo ad avvertire un certo languore e le cronache americane del “mee too” ci hanno insegnato che prevenire è meglio di curare. Quando sono tornato era troppo tardi: preso dall’estasi della recitazione il groviera si era accasciato in maniera esagerata fondendosi irrimediabilmente con la ghisa del termosifone. L’accaduto ci insegna che il metodo Stanislavskij è estremamente potente, ma che alcuni attori non sono assolutamente in grado di gestirne gli effetti. 

A quel punto non mi è restato che grattare via i resti del formaggio e dargli una degna sepoltura nella pattumiera di casa. Di lui resta soltanto questa misera GIF, a perenne memoria del suo talento, del suo coraggio e della sua profondità d’animo. Addio, amico.