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King Kong Forever

 King Kong 02

 

Un'equipe di cineasti si reca in Svizzera per realizzare un documentario sulle abitudini di quelle genti. Mentre esplorano delle montagne giungono in una vallata selvaggia, abitata da una tribù di svizzeri primitivi dediti al culto dell'immane Heidi, una pastorella allegrotta alta trenta metri e affetta da un insopportabile ottimismo. Per placare il buonumore della dea ed evitare che se ne vada in giro a saltellare sui campi, gli abitanti di quel cantone inesplorato hanno l’abitudine di sacrificare la gente di passaggio facendola mangiare dal grande Kong, un Emmental enorme con dei disturbi alimentari abbastanza evidenti e una dieta disfunzionale che ne pregiudica la ragionevolezza. I cineasti, però, decidono di appropriarsi del latticino e di portarlo a New York per farlo esibire come fenomeno da baraccone e poi trasformarlo in una fonduta gigante, per un brunch che già da tanto tempo volevano organizzare. Il formaggio, per fortuna, riesce ad evadere dalla cella frigorifera in cui era stato rinchiuso e, come generalmente succede agli svizzeri nel primo viaggio a New York, confonde l’Empire State Building per una montagna e ci si arrampica. Per evitare che faccia troppi danni, nel finale viene abbattuto da alcuni aeroplani.

Questa in sintesi la trama di King Kong Forever, il remake dell’omonimo film che ho voluto girare in omaggio alla grande cinematografia americana. Come protagonista ho scelto il formaggio svizzero, l’unico fra i miei attori ad avere un portamento abbastanza eretto da consentirgli di raggiungere la vetta dell’Empire State Building e rimanerci in bilico per un lasso di tempo ragionevole. Purtroppo, già dai primi istanti avrei dovuto capire che le riprese sarebbero state problematiche: dopo un primo tentativo fallimentare di scalata del grattacielo (clicca qui), il latticino è riuscito a vanificare tutti gli sforzi di avvicinarsi alla vetta incastrandosi fra un piano e l’altro (clicca qui) e ad innervosire l’Empire State Building, che ha deciso di abbandonare la classica posizione neutrale da edificio inanimato per diventare parte attiva delle riprese e sabotare il tentativo di scalata (clicca qui). La cosa è andata avanti per un po’, finché l’edificio non ha esaurito la pazienza e ha deciso di prendere in mano la situazione, proponendosi di riscrivere la trama e adoperandosi per liquidare personalmente il fastidioso intruso (clicca qui).

A vestire i panni della folla terrorizzata ho voluto l’uovo, attore dotato di una mimica facciale impressionante, sempre capace di commuoverci interpretando al meglio l’intera gamma delle espressioni umane (clicca qui). E a rappresentare l'aeronautica americana ho chiamato Invicto - il dominatore dell’aria, il flagello dei cieli - che in alcune scene è riuscito a dare il meglio di sé, producendosi in acrobazie mozzafiato che resteranno per sempre nei nostri cuori e nella storia del cinema (clicca qui). Non so come la pellicola verrà accolta dal grande pubblico, ma personalmente sono cosciente di aver prodotto qualcosa di buono, decisamente al di sopra degli standard cinematografici del mio paese.

Infinite Jaws II

23 Infinite Jaws

 

Volendo portare un po’ di verve nei miei documentari sulle bellezze di Firenze, ho deciso di girare un “making of” della mia ultima produzione: il riadattamento toscano del capolavoro della Asylum, “Sharknado”. Nel film si narra di un terribile squalo che dalla foce del fiume Arno, a Pisa, risale la corrente fino ad arrivare nel capoluogo toscano.

Data la natura del fiume i danni procurati dal feroce pesce potrebbero essere limitati all’ingestione di qualche sacchetto della spazzatura e di un paio di pescatori occasionali, perdite incresciose, ma che in un'ottica di risanamento ambientale potrebbero anche essere tollerate. Ma purtroppo in concomitanza col suo arrivo sulla città si abbatte una pioggia devastante, che in breve fa tracimare le acque. Liberato dalla costrizione degli argini, lo squalo si avventa su una città moribonda, già martoriata dalle sventure della Fiorentina, dalle canzoni di Pupo e da un decennio di gestione renziana. Gli unici ad accorgersi della reale minaccia che il pesce rappresenta per la sua duplice natura, di carnivoro e di pisano, sono un giovane emmental ed una piccola bicicletta neorealista. Al formaggio svizzero, grazie alla lunga e prestigiosa esperienza come pietanza, e all’essere cresciuto in un ambiente montano e perciò naturalmente portato a diffidare di tutto ciò che si muove con le pinne e respira con le branchie, il pericolo appare evidente. E per quanto riguarda la piccola bicicletta, la natura neorealista l’ha dotata di un sesto senso per le situazioni sgradevoli e di una capacità pressoché illimitata di rivelare contesti imbarazzanti e di difficile soluzione. Mentre quest’ultima tenterà di avvertire le autorità del pericolo imminente, riuscendo a diventare il primo mezzo di trasporto ad essere denunciato per “accerchiamento di pubblico ufficiale” e “millantato allarme” (clicca quì), il giovane emmental affronterà da solo la minaccia, prima offrendosi come esca (clicca quì) e poi prestandosi ad un combattimento all’ultimo sangue contro l’insano ospite (clicca quì). Evito di raccontare il finale, un po’ per non rovinare la sorpresa e un po’ perché ancora non lo conosco visto che non sono riuscito a disincastrare il formaggio dalla scatoletta. Ma sicuramente la pellicola vedrà un seguito.

Una nota di merito la dedico alla scatoletta di tonno che ha interpretato magistralmente la creatura marina. La sua maestria non può essere semplicemente imputata all’origine oceanica, anche perchè dopo averci farcito un panino di oceanico era rimasto ben poco, ma ad una naturale propensione alle arti. Sono molto contento di come procedono le cose.

Infinite jaws

Infinite Jaws smile

 

Un povero turista si è alzato la mattina presto per godere della spiaggia libera e farsi una bella nuotata rinfrescante. Per sua sfortuna un grosso squalo ha avuto la stessa idea, ma la sua giornata inizierà meglio: al piacere dato dalla nuotata ristoratrice potrà aggiungere i benefici di una sostanziosa e gratuita colazione. Con questa premessa non poteva che venir fuori un capolavoro, così è stato per “Jaws”, il film di Steven Spielberg del 1975 e così sarà per “Infinite Jaws”, la gif animata che mi appresto a rilasciare. Già il titolo, con tutte le sue chiavi di lettura, esprime tutte le potenzialità della pellicola. “Infinite” come licenza poetica, per esprimere l’universalità dell’opera d’arte; “Infinite” come indicazione numerica: ci saranno un numero impressionante di squali per garantire una tensione costante; “Infinite” come cifra non quantificabile: non sapendo bene quanti sequel sono stati tratti dall’originale, mi proteggo da possibili cause legali con un indice numerico difficilmente eguagliabile. Probabilmente avrei potuto intitolarlo con delle cifre più modeste, ad esempio “Jaws 35”, facendo conto che 35 repliche sulle disavventure di un grosso pesce bulimico non sarebbero state tollerate da nessuno. Ma non si sa mai. Anche di Rambo o di Rocky avrebbero dovuto girarne uno solo, ma non è stato così. Per nostra fortuna Steven Spielberg non volle Sylvester Stallone nel ruolo del pesce, nonostante che la forte somiglianza nel fisico, nella fissità dello sguardo e nella verve interpretativa potessero spingere in quella direzione.

08 Eggs pop

Nella mia versione, come ignaro bagnante ho scelto l’uovo. Nonostante la scarsa dimestichezza con l’ambiente acquatico, la sua natura di pasto lo rendeva preda ideale per qualsiasi tipo di creatura, marina o meno. In fin dei conti le doti recitative richieste vertevano tutte sulla capacità di galleggiamento e in questo, se svuotato di tuorlo ed albume, l’uovo poteva eccellere. Per la parte dello squalo, il pesce assassino, la cosa più simile di cui disponevo era una scatoletta di tonno che da quattordici anni giaceva in dispensa. É risaputo che delfini e squali si assomigliano molto: hanno entrambi delle vistose pinne dorsali, sono entrambi ottimi nuotatori e dopo quattordici anni di abbandono in dispensa qualsiasi tonno, intero o in tranci, può essere considerato letale. Il timore che mi incuteva ogni volta che ero costretto ad entrare in dispensa era lì a te testimoniarlo. Il nome della marca, “Mare Bello”, era abbastanza rassicurante, ma il logo con l’immagine di un polpo e la dicitura “Made in China” che lo accompagnava non erano mai riusciti a convincermi.

Non è mia abitudine rivelare elementi della trama ed anticipare finali, che siano sorprendenti o meno, ma sono molto orgoglioso della scena in cui lo squalo assassino risale dal profondo degli oceani e assalta il povero bagnante, facendone il proprio pasto. Non è stato facile realizzarla: le scatolette di tonno tendono a galleggiare e i tranci presenti all’interno riempiono ogni spazio, impedendo di aggiungere altro cibo. Per rendere credibile la scena ho dovuto aprire la scatoletta e disfarmi del contenuto, cosa che ho fatto nel modo abituale , abbinandolo a dei fagioli borlotti che mi erano d’avanzo. Mi hanno dovuto ricoverare in ospedale per avvelenamento ma il risultato finale, con lo squalo che implacabilmente divora la preda, ne valeva decisamente la pena (clicca quì). 

Triologia olimpica

 Berlino 1936

 

Agli inizi della mia carriera girai tre gif ambientate nel mondo dello sport. Il tema portante di ogni gif era il riscatto dell’individuo da una condizione di subalternità tramite lo sport. Nella mia esperienza personale questo è difficile che accada: dalla complessa pratica dell'allacciamento delle stringhe al senso di frustrazione che questa può causare, dalla perdita di controllo sull’apparato sudoriparo all’esibizione della propria nudità negli spogliatoi comuni, ogni cosa nell’attività agonistica concorre a umiliare l’uomo e a ricordarci che dobbiamo deodorarci. L’assoggettamento della nostra specie alle forme sferiche, che con la loro attitudine al rotolamento ci costringono all’inseguimento, indica un degrado inaccettabile al quale non sappiamo come opporci. E in fin dei conti basta guardare una pubblicità con Del Piero o Totti per rendersi conto delle terribili conseguenze che questo genere di pratiche possono causare.

La prima pellicola si intitolava “Berlino 1936” e trattava di un emmental che trovava il coraggio di sfidare il regime nazista e partecipare alle olimpiadi del 1936 (clicca qui). Hitler non approvava i prodotti caseari svizzeri: riteneva che il gran numero di fori e la loro distribuzione caotica fosse indice di lassismo e di una degenerazione morale che la Germania nazista non poteva tollerare. Nella notte dei coltelli da burro un numero imprecisato di emmental svizzeri venne sequestrato dal regime, fatto fondere e trasformato in compatte sottilette da distribuire ai soldati al fronte; altri vennero deportati a Monaco e condannati a partecipare all’oktoberfest in qualità di stuzzichini. I pochi formaggi sopravvissuti vennero invitati a tenere comportamenti più consoni al loro ruolo di antipasto. Nella mia gif, Wolfgang, un emmental dissidente, accettava di partecipare alle olimpiadi come rappresentante dell’industria culinaria svizzera e partecipava alla cento metri ostacoli, ma per una bizzarra circostanza veniva espulso dalla competizione (la mancanza di gambe lo costringeva a passare sotto agli ostacoli invece che sopra).

La seconda pellicola, “Roma 1960”, era più complessa (clicca qui) e parlava di Rocco, un prodotto caseario svizzero, naturalizzato italiano, che sbarcava il lunario vendendo il proprio corpo a dei fabbricanti di toast. Il film riprendeva le atmosfere della dolce vita e narrava della facilità con cui un pezzo di formaggio poteva essere traviato, entrare a far parte del jet set e finire i propri giorni in una fonduta organizzata sul litorale di Ostia. Nella mia pellicola Rocco partecipava alla finale dei cento metri, ma per un bizzarro incidente era costretto al ritiro (colto da un improvviso calo di zuccheri, uno dei partecipanti lo mordeva).

La terza pellicola era “Mosca 1980” e narrava delle vicissitudini di Heinrich, un formaggio svizzero, naturalizzato ucraino, che veniva infiltrato dagli americani nella squadra sovietica come massimo rappresentante di una disciplina olimpica difficilmente contemplabile come sport (clicca qui). Secondo l'intelligence americana i numerosi fori presenti sul corpo dell’atleta erano l’ideale per occultare strumenti di ricezione, messaggi in codice, o piccoli dissidenti. Chi avrebbe mai pensato di frugare nei fori di un emmental? Purtroppo tutti, a cominciare dallo stesso Stalin che già nel 1950 intimava il “Chi va là!” ad ogni emmental servito a tavola. Sentendosi perduto il povero formaggio decideva di partecipare lo stesso alle olimpiadi, ma nella finale dei cento metri, per un bizzarro incidente, era costretto al ritiro (il ritmo forsennato della corsa lo accaldava fino a farlo fondere).

L’ultima pellicola era “Madrid 1986” e si svolgeva durante i mondiali di nuoto convocati nella capitale spagnola (clicca qui). Miguel, un formaggio svizzero naturalizzato spagnolo, decideva di partecipare ai mondiali di nuoto per far colpo su Maria, un’avvenente mozzarella giunta al seguito della squadra italiana in veste di apporto calorico. Per amore di Maria partecipava alla finale dei cento metri rana ma per delle bizzarre ragioni era costretto al ritiro (in quanto parallelepipedo untuoso il costume non gli stava su).

Il treno ritorna alla stazione di La Ciotat, travolge due passeggeri e deraglia!

Trailer Il Treno Rientra a Ciotat

 

Questo è un progetto a cui sto lavorando da molto tempo ed è il seguito dell’animazione “Il treno ritorna alla stazione di La Ciotat e travolge due passeggeri”. Come ricorderete, la pellicola narrava le vicissitudine di un treno che piuttosto che tornare una seconda volta a La Ciotat, sceglieva di investire due uova sotto lo sguardo divertito di una provocante Brigitte Bardot. In questo entusiasmante sequel il convoglio la fa ancora più difficile e approfittando della presenza sui binari delle due solite uova, deraglia e si capovolge. La pellicola mescola diversi generi: dal “catastrofico”, con lo spettacolare incidente; al “comico”, con l’esilarante mimica facciale di Louis de Funès nel doppio ruolo di poliziotto e locandina cinematografica; al “dramma psicologico”, con le turbe emotive delle uova e l’evidente stato di alienazione della locomotiva.

Per ribadire l'atmosfera francese ho inserito il presidente Macron come passeggero del treno e ho colorato con le tonalità della bandiera i titoli del film. L'aggiunta del presidente francese tra i protagonisti arricchisce la trama di nuovi elementi di mistero: cosa ci faceva il presidente Macron sul treno diretto a La Ciotat? E perché continuava a ridere anche dopo l’incidente? Ecco che l’intero progetto si tinge di giallo e si delineano i contorni dell’intrigo internazionale. C’è poi la faccenda, non secondaria, che essendo il film ambientato nel 1896 la presenza di Macron non può assolutamente essere spiegata. Razionalmente la possiamo giustificare soltanto tirando in ballo i viaggi nel tempo, i buchi spazio temporali, o la mia colossale ignoranza. Devo fare attenzione, introdurre troppi elementi di caos nella trama può generare contraddizioni inspiegabili e minare la mia credibilità come autore.

Pop

Pop 2

 

Questa doveva essere la tenera storia di un’amicizia profonda, tra un palloncino rosa ed un uovo. Abbandonato dai genitori ancora prima di essere nato, il piccolo uovo veniva raccolto da un palloncino girovago e saggio che lo avrebbe cresciuto come un figlio, insegnandogli ad amare la vita. Purtroppo nel bagaglio culturale dell’improvvisato aerostato mancava la biologia e il tentativo di insegnare al giovane embrione a volare si sarebbe rivelato fatale. Divorato dai sensi di colpa per la caduta dell’orfano, il palloncino si allontanava mestamente sapendo di essere condannato ad una lunga vita di tormenti e rimpianti. Da lì a due minuti, però, l’incontro fortuito con una lampadina accesa avrebbe risolto definitivamente la questione.

Pensata come pellicola di formazione, la gif avrebbe insegnato che è importante tenere in giusta considerazione la distanza che ci separa dalle lampadine bollenti, che l’amore è in grado di superare ogni barriera e come sia fondamentale conseguire un briciolo di preparazione sulle leggi aerodinamiche prima di dispensare consigli sul volo. Un'altra valida lezione di cui tener conto è che un tappeto non è un ammortizzatore sufficiente quando si tratta di attutire la caduta di un uovo da un paio di metri d’altezza. Mi rendo conto che la morte di entrambi i protagonisti possa sembrare un evento tragico e che in una favola di formazione avrebbe senso far sopravvivere almeno uno dei formati, ma purtroppo il conseguimento della saggezza passa anche dalla consapevolezza delle proprie fragilità, soprattutto se sei un uovo, o un palloncino gonfiato male.

Mi sono sentito molto a mio agio nel progettare questa pellicola di formazione, penso di essere portato per dispensare consigli sulla vita, sull’amore e a questo punto anche su questioni più complesse, come la smacchiatura dei tappeti, il gonfiaggio dei palloncini, o il rapporto perverso che intercorre tra il calore prodotto da una lampadina e l'espansione dell’aria in un involucro di gomma. Il trailer che vedete è l’annuncio di un film che devo ancora girare ma che già, in questi pochi secondi di ripresa, si rivela denso di accadimenti e di stimoli intellettuali.

Aerobica vs. Pilates - the movie

Trailer Aerobica Pilates

 

Da molto tempo progettavo di realizzare un lungometraggio sulla storica disfida fra Pilates e Aerobica. Avevo deciso di dargli un taglio documentarista, con interviste ai protagonisti (clicca quì), documenti d’epoca (clicca quì) e riprese in studio (clicca quì), ma le cose non sono andate come avrei voluto. Le interviste si sono dimostrate fallimentari: il formaggio svizzero ha cominciato a colpire il microfono ripetutamente, forse per un confuso desiderio di rivalsa, forse per comunicare qualcosa d’importante con l’alfabeto morse, forse semplicemente perchè gli andava di farlo. Se c’è una cosa che ci ha insegnato la favola di Heidi, l'estroversa pastorella svizzera, è che fra le montagne alpine regna la spontaneità e non bisogna scomodare Freud per giustificare certi comportamenti. I filmati d’epoca non hanno aggiunto niente di nuovo a quello che già sapevamo sull’argomento e le riprese in studio, purtroppo, hanno preso una piega imprevista.

Avevo progettato degli inserti per dare un taglio giornalistico alla pellicola. Il formaggio svizzero aveva accettato di interpretare il ruolo di giornalista sportivo e per l’occasione aveva indossato un paio di occhiali e assunto un atteggiamento impegnato, consono al ruolo che si apprestava a interpretare. Improvvisamente, senza averlo concordato con nessuno, il monitor si è staccato dalla parete e lo ha aggredito, colpendolo sulla testa. Sono rimasto senza parole. Ormai è evidente: non si capisce se in ragione del suo essere formaggio, del suo essere svizzero, o per entrambe le cose, ma c’è qualcosa nel latticino che urta la sensibilità delle forme parallelepipedali, inducendole in comportamenti asociali. E questo è un fatto curioso, tanto più in considerazione che l’emmental stesso è una forma parallelepipeda. Deciso a portare in fondo il lavoro, ho rimodellato l’emmental cercando di riportarlo alle corrette proporzioni e ho completato le riprese. Non è stato facile, ma tutto sommato sono contento del lavoro svolto.

Infine, un’ultima annotazione: la reazione del formaggio svizzero all’intervista mi ha profondamente colpito. Il modo deciso e audace con cui ha colpito il microfono, mandandolo al tappeto, mi ha aperto gli occhi sulle enormi potenzialità dell’arte aerobica. Forse le sconfitte subite erano dovute ad una scarsa concentrazione, forse la prestanza del monolite alieno lo aveva intimorito, o forse era semplicemente stanco e si è lasciato andare. Qualunque fossere le ragioni per tutte quelle sconfitte, finalmente in lui ho visto il guerriero che mi aspettavo. Ho quindi pregato il microfono di accettare la sfida, difficile ma equa, e confrontare le proprie capacità marziali con quelle del latticino. Se volte vedere l'epica sfida Aerobica vs. Impianto fonico, cliccate qui.

Luccicante

Luccicante

 

Un piccolo uovo e la sua bicicletta pedalano spensierati per i corridoi di un vecchio albergo abbandonato, improvvisamente una porta si apre e sullo sfondo appare il profilo inconfondibile di una forchetta psicotica (clicca quì). Con questa immagine potente ben impressa nella mente mi sono messo a scrivere la sceneggiatura di “Luccicante”, la versione animata e neorealista del capolavoro di Stanley Kubrick, “Shining”. Del film originale ho mantenuto le atmosfere claustrofobiche e l’ansia esploratrice del mezzo di trasporto: un triciclo nella pellicola di Kubrick e una bicicletta neorealista nella mia. Per il resto ho apportato delle grandi modifiche: la parte di Danny, il bambino telepaticamente talentuoso, l’ho affidata all’uovo. La sua forma ovoidale, se osservata a stomaco pieno e lontano dai pasti, suscita tenerezza e ci riporta all’infanzia, quel felice periodo della vita in cui la mancanza di una memoria ci consentiva di vivere il momento, senza l’angoscia del futuro (nel caso di noi umani) o di essere elaborato in zabaione (nel caso dell’uovo). Mi rendo conto che l’assenza di un cervello possa rendere complesso l’esercizio della telepatia e che la carenza di arti possa rendere poco credibile la pedalata, ma la giovialità e l’estro della bicicletta possono compensare questa mancanza, distraendo lo spettatore dalle inevitabili imprecisioni della sceneggiatura.

Come nel film originale il piccolo uovo avrà un rapporto conflittuale con la figura paterna (nel nostro caso, il pollo). La difficoltà di trovarne uno che non fosse precotto o confezionato mi ha spinto a metaforizzare la figura sostituendolo con la forchetta psicotica che, oltre ad avere la peculiare capacità di dare sui nervi a chiunque, possiede quattro punte che a una mente confusa come quella dell'uovo possono ricordare le creste del gallo. Ho notato che l’uovo fatica a distinguere la realtà dalla finzione e per avere comportamenti il più possibile spontanei devo inserire personaggi col quale possa immedesimarsi. Se nella forchetta psicotica ci dovesse vedere la figura paterna, otterrei un comportamento infantile e sottomesso, mentre se dovesse ravvisarci quello che è, una banale forchetta, otterrei un atteggiamento da tiramisù che ben poco avrebbe a che fare con la trama del film. Per quanto riguarda la posata, la carenza di sopracciglia arcuabili rende improponibile il confronto con Jack Nicholson, ma le quattro punte in perenne agitazione sono inquietanti, perlomeno quanto lo sguardo sornione del celebre attore.

Per quanto riguarda i fantasmi, la natura neorealista della pellicola mi obbliga ad inserirne di problematici, anime irrisolte destinate a vagare per i corridoi dell’hotel senza un piano ben preciso. Particolarmente irrisolto potrebbe risultare il formaggio svizzero, con tutti quei fori destinati a suggerire una morte violenta e suscitare raccapriccio, ma che in quanto emmenthal potrebbe anche suggerire un panino e suscitare appetito. Oppure il monolite alieno, che in qualità di pietrame basaltico si troverebbe a vagare per le stanze in veste di sconsolato fantasma senza neanche essere morto. Grandi aspettative, infine, le nutro verso la bottiglietta di ketchup. In una scena importante potrebbe rovesciarsi, provocando la famosa inondazione rossa che a suo tempo terrorizzò il bambino e che oggi, a maggior ragione, potrebbe terrorizzare l’uovo. Il suo destino di colazione gli è ben chiaro e ogni volta che vede una salsa, una saliera, o un pezzo di pane, va nel panico. Per la prima volta ho anche pensato di diffondere un trailer, un piccolo spezzone di pellicola contenente una scena simbolica che racchiuda il senso del film. Ci ho pensato a lungo e alla fine ho scelto una scena emblematica, quella finale, con il suo tragico epilogo che in perfetto stile neorealista frustra ogni ambizione di crescita del piccolo uovo. Se nel cinema cercate spessore ed introspezione, cliccate quì.

La marcia del pinguino

La Marcia Del Pinguino

 

Volevo fare un documentario sui pinguini, i simpatici ovipari barcollanti che col loro buffo ondeggiare allietano le nostre banchise polari, ma il progetto stentava a decollare. Non riuscivo a decidermi sull'assegnazione del ruolo di protagonista. La scelta più logica sarebbe stata l'uovo la cui origine, spontaneamente ovipara, sarebbe risultata piacevolmente aderente alla realtà, se non per la specie almeno per la forma. Ma a parte la vaga similitudine per la presenza di un tuorlo circondato dall’albume e per la possibilità di dispensare colesterolo, le differenze erano sostanziali. I pinguini sono animali sociali, caratterialmente bonari e piacevoli da guardare, mentre le galline sono creature snervanti, socialmente infrequentabili e ti fanno venir voglia di mettere mano alla padella. I pinguini sono magnifici nuotatori, vivono fra i ghiacci e passano buona parte della loro esistenza immersi nelle fredde acque oceaniche, mentre le galline razzolano sulla terraferma, a malapena camminano e si immergono nell’acqua soltanto quando decidi per il brodo. Di converso bisogna dare atto che le galline sono animali generosi: sfornano un uovo al giorno e quando gli tiri il collo ci mangi per una settimana, mentre i pinguini neanche ce l’hanno un collo. L'alternativa all'uovo era la piccola bicicletta neorealista, che degli ovipari ha solo lo scarso quoziente intellettivo e la precarietà nell'equilibrio. Ma l'andatura barcollante è molto simile e la tenerezza che suscita è innegabile, almeno fra chi non è costretto a riparare una foratura. Inoltre c'era il fatto che la presenza di due ruote la rendevano idonea alla marcia, attività imprescindibile per rendere sensato il titolo e far accadere qualcosa di interessante, mentre l'unica maniera per costringere l'uovo a lunghi spostamenti era il lancio con la fionda, decisamente improponibile per quella fragile creatura, incapace di elaborare il concetto di atterraggio. 

C'era poi il problema delle banchise polari che da noi in Toscana scarseggiano, anche nel periodo invernale. Per rappresentarle avrei riesumato il cubetto di ghiaccio che già mi aveva impressionato per il realismo con cui aveva interpretato la parte dell’iceberg nel rifacimento neorealista di Titanic. Ero convinto che con interpreti come questi la sceneggiatura si sarebbe scritta da sola: avrei raccontato di un pinguino rimasto bloccato su un iceberg, contaminando la struttura classica del documentario naturalista con il dramma survivalista alla “Cast Away”. Il pinguino non avrebbe propriamente marciato, ma sarebbe stato portato a spasso dal cubetto di ghiaccio, e questo mi avrebbe consentito di dirimere la questione del protagonista e usare l’uovo come unico attore, vagamente senziente. Barcollare è una delle poche cose che il mio amico sa fare bene e il freddo generato dal ghiaccio, tra l’altro, avrebbe favorito la conservazione prolungando la data di scadenza. Purtroppo la scelta del lago di Bilancino come set per le riprese si rivelò poco felice. L’acqua stagnante del lago non era propriamente idonea a rappresentare l’oceano Atlantico e appena posto in acqua il cubetto cominciò a girare su se stesso, spostandosi di appena dieci centimetri dalla riva. Il ruotare compulsivo del pezzo di ghiaccio avrebbe comunque potuto offrire spunti interessanti, se soltanto vivessimo su un pianeta dove la forza centrifuga fosse gestita con parsimonia. Dopo appena due minuti di giravolte il povero uovo venne sbalzato in acqua e la sua unica ragione di vanto, la freschezza, si rivelò essere il suo punto debole, perché è risaputo che le uova di giornata vanno a fondo in fretta.

Per quanto il progetto originale fosse fallito, l’esperienza si dimostrò utile e costruttiva. Tornato a casa convinsi le sorelle dell’uovo a sottoporsi ad un processo di ibernazione e produssi cinque piccoli iceberg che prontamente liberai nel Mugnone, indomito torrente che scorre a cinque minuti da casa mia. Lo strato di ghiaccio che circondava le sorelle metaforizzava il rapporto fra gli uccelli polari e l’ambiente antartico, rendendo evidente lo stato di sudditanza che lega noi viventi alla natura. Protette dagli urti col pietrame e dalla forza centrifuga che già aveva sconfitto il loro fratello, le piccole uova portarono a termine la missione consentendomi di girare una splendida gif, probabilmente una delle migliori che abbia mai prodotto. Concluse le riprese tornammo a casa, sbrinai le sorelle e insieme festeggiammo il successo con una lauta cena (clicca quì). 

Il treno ritorna alla stazione di La Ciotat e travolge due passeggeri

19 Il Treno Rientra a Ciotat

 

Per rendere omaggio ai fratelli Lumière, ho deciso di realizzare un lungometraggio in loro onore. Il progetto è di riprendere l’indimenticabile, “L'arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat”, uno dei primi cortometraggi realizzato dai fratelli e di farne il seguito. Il sequel si intitolerà “Il treno ritorna alla stazione di La Ciotat e travolge due passeggeri”, e sarà una versione drammatica dell’originale: una gif in cui il treno, rientrando in anticipo alla stazione di La Ciotat, sorprende due passeggeri ad attraversare i binari e li investe. Come protagonista userò il trenino delle meraviglie, un mio caro compagno d’infanzia che ho già coinvolto in numerose pellicole ambientate nel mondo del trasporto su rotaia. Come vittime del treno alienato, invece, ho pensato di scritturare delle uova, creature fisiologicamente votate al martirio che nei ruoli di viaggiatori incauti riescono sempre a dare il meglio di sé. La trama già nel titolo risponde alle quattro domande che stanno a fondamento di ogni buona sceneggiatura: dove, come, quando e perchè. Per il “dove” la risposta è ovvia: la pellicola si svolgerà a La Ciotat, piccola cittadina della Provenza. Il “come” è più complesso perché solleva una questione filosofica a cui non riesco a dare risposta: di un treno che entra in stazione è corretto dire che ci sta arrivando “in treno” o sarebbe meglio dire che ci sta arrivando “a piedi”? Ho scritto una mail a Massimo Cacciari, il noto filosofo televisivo, per avere delucidazioni in proposito ma ancora non mi ha risposto. Aspetto con fiducia.

Il “quando” è abbastanza chiaro: il film originale è stato girato nel 1895 ed il mio, essendo un seguito, sarà ambientato l’anno successivo, il 1896. Ho anche valutato la possibilità di girare un prequel, un antefatto in cui il treno entrando in stazione vede i fratelli Lumière piazzare delle telecamere e, per ragioni sue, decide di investirli. Ma poi ho pensato che, in quanto defunti, non avrebbero potuto girare il loro documentario e tutta la mia produzione non avrebbe avuto senso, quindi ho desistito. Il “perchè” un treno debba rientrare alla stazione di La Ciotat, invece, resta un mistero. Il treno ci era già stato nel 1895, con i fratelli Lumière a fare da testimoni: perché avrebbe dovuto tornarci l’anno successivo? Stiamo parlando di un paese il cui nome sembra uno starnuto venuto male e già l’esserci andato una volta mi pare poco plausibile. Posso supporre che il treno, vincolato alle rotaie, sia obbligato a transitare per quel luogo - e questo spiegherebbe l'alienazione e darebbe un senso alla sua ansia omicida - ma le uova che ci fanno da quelle parti? Vagare spensieratamente nel paese che ha inventato l’omelette non mi pare credibile. Per cui dovrò ancora lavorare sulla trama se voglio ottenere un risultato soddisfacente.

Per quanto riguarda l’ambientazione, ricrerò la provincia francese nei miei studi. Una delle uova investite sarà parzialmente cotto alla coque, ho riverniciato il tetto delle carrozze con i colori della bandiera francese e ho provveduto a scritturare due indiscusse star del cinema d’oltralpe per interpretare il difficile ruolo di manifesto. Sono contento: ho grandi aspettative su questa gif.

Splatter

Splatter Posate

 

Realizzare un film splatter con degli alimenti è molto semplice ed economico: bastano delle uova e un buon sapone di Marsiglia. Con i prelavaggi di oggi chiunque può cimentarsi in queste produzioni senza mettere in crisi il proprio matrimonio. La prima GIF splatter la girai venti anni fa e aveva per protagonisti un barattolo di Nutella che cadeva sul pavimento, e delle fette di pane che si accanivano sui suoi resti. Il secondo film, “la grande macchia”, si girò praticamente da solo quando versai un bicchiere di vino rosso sul tavolo di salotto e cercai di dissimulare l’incidente rovesciandoci sopra il resto della bottiglia. Il seguito: “la notte delle stoviglie volanti”, lo girai quella stessa sera spronato dall’entusiasmo di mia moglie. Col passare degli anni le sceneggiature sono divenute più complesse e le psicologie dei protagonisti si sono affinate. La trama di “La capanna delle mille posate”, è un buon esempio.

Un gruppo di amici decide di passare un fine settimana in una capanna nel bosco. Sono un gruppo variegato, composto essenzialmente da uova di buona famiglia e da una barca, cugina di secondo grado di una di loro. Giunte alla capanna, le uova trovano delle posate e hanno dei brutti presentimenti, come è giusto che accada quando degli alimenti incontrano dei complementi da cucina. La barca riesce a tranquillizzarli e il gruppo decide di proseguire la vacanza andando a rotolare un po’ nel bosco. In una radura, nei pressi di un accampamento abbandonato, trovano un sacchetto della spesa ridotto a brandelli, un wurstel affettato a cubetti e i resti di una patata infilzata da una forchetta. La scena è raccapricciante e le uova vengono prese dal panico. Una di loro chiede alle altre di essere riaccompagnata a casa, ma ormai è troppo tardi per farlo, un po’ perché sta facendo buio e un po’ perché non riescono a concordare sul concetto di casa: per qualcuna è il pollaio, mentre per altre è lo scomparto delle uova nel frigorifero del supermercato. Mentre la discussione scivola su l'annosa questione se siano nate prima loro o le loro mamme, le galline, la barca prende in mano la situazione e cerca di razionalizzare la situazione facendo notare che tagliare a cubetti un wurstel, o infilzare una patata, rientra nella normale dialettica che lega le posate agli avanzi e non può essere interpretato come un segnale di pericolo. E proprio in quel momento, da un cespuglio, salta fuori un coltello psicotico che si conficca nella barca in una delle scene più cruente che si siano mai viste nella storia delle animazioni (per vedere il tentativo del coltello di penetrare a fondo nella barca e recidere qualcosa di vitale, cliccate quì). Per farla breve dirò che quelle posate non erano normali, facevano parte di un servizio psicotico che, abbandonato nel bosco da troppo tempo, aveva dimenticato come ci si comporta a tavola e si era dato all’omicidio seriale. Per salvarsi le uova giocheranno d’astuzia e si divideranno, ognuna cercherà scampo per conto proprio in modo da risultare insufficiente per fare una frittata e aumentare le probabilità di sopravvivenza. Alla fine si salverà soltanto la barca che, portandosi dietro il coltello psicotico, riuscirà a raggiungere un corso d’acqua e a tornare nella civiltà.

Girare questa GIF è stato veramente divertente e ci sono molti aneddoti da raccontare. Il copione prevedeva che una delle uova venisse catturata ed elaborata in maionese, ma siccome avevo finito il sale sono andato al supermercato e ho comprato della maionese industriale con cui, in fase di montaggio, ho rimpiazzato l’uovo. La scena della fuga delle uova, con il salto dal tavolo di cucina al pavimento, e quella della preparazione della frittata, sono la stessa scena ripresa con due telecamere diverse. La frittata che appare nel finale, non è una vera frittata, ma un tortino di patate che mia moglie aveva preparato sette anni fa e che avevo scordato nel congelatore. I piccoli cucchiaini psicotici dovevano essere otto, ma alla fine sono risultati tre in quanto mangio troppi budini e dovrei decidermi a comprare una lavastoviglie. Per le scene della preparazione della maionese e della cottura delle uova non ho pensato ad usare delle controfigure e alla fine delle riprese avevo messo su tre chili.

I Superlativi Quattro

S4 Uovo Invisibile S4 Uovo Fantastico 3
S4 Il Coso S4 La torcia

 

I Superlativi Quattro sono un variegato gruppo di uova mutanti che si organizzano per salvare il loro mondo. Riuniti nello scomparto delle uova, i quattro si prodigano per rendere migliore la vita degli abitanti del frigorifero e sventare ogni minaccia che si presenti alla loro porta. Regolare come un orologio svizzero, quest’ultima appare cinque volte al giorno: per la colazione, il pranzo, la merenda, la cena e lo spuntino notturno. L’ultima è la più inopportuna di tutte e rappresenta un vero e proprio attentato al regime dietetico che mi sono imposto. Ecco i componenti del gruppo:

L’Uovo Torcia - La sua peculiarità è di sapersi incendiare a comando e di lanciare potenti getti di fuoco in ogni direzione. Il suo superpotere, che a conti fatti consiste nel cucinare tutto quello che tocca, lascia perplessi gli altri componenti del gruppo. Odiato da tutti gli abitanti del frigorifero, per farsi benvolere ha preso l’abitudine ad accendersi per illuminare l’ambiente, incenerendo tutto quello che si trova nel raggio di quindici centimetri. Di carattere allegro e spensierato, ha un pessimo senso dell’umorismo e una preoccupante propensione allo scherzo: una volta per ungere una bistecca ha sciolto il burro facendolo colare dappertutto e in un altra occasione ha arrostito una provola che si lamentava di non essere affumicata. Un altro grave difetto di cui non si rende conto è che quando si accende scalda l’ambiente, anticipando la data di scadenza di tutti.

L’uovo invisibile - Quando percepisce un pericolo, ha il dono di diventare invisibile e creare campi di forza. Vista la costante minaccia a cui è sottoposto ogni uovo dal momento della nascita, nessuno lo ha mai visto. Nel gruppo si è arrivati persino a sospettare che non esistesse, finchè un giorno non ha creato un potente campo di forza e le altre uova sono rotolate nel contenitore del burro. Con i suoi poteri cinetici può spostare gli oggetti, trasferendoli da un ripiano all’altro del frigo. Una volta, per errore, ha teletrasportato i suoi compagni nel congelatore e da allora nessuno gli rivolge più la parola.

L’uovo Fantastico - E’ un uovo che ha la capacità di cambiare forma: da ovoidale può diventare cubico e viceversa. Siccome il suo superpotere ha a che fare con l’ergonomia non viene mai preso molto in considerazione dagli altri componenti del gruppo. In teoria dovrebbe anche essere dotato di una grande intelligenza, ma la totale mancanza di cellule neuronali rende questa dote poco impattante. La sua forma cubica lo rende inidoneo a soggiornare nello scomparto delle uova per lungo tempo. Relegato nel secondo ripiano, ama passare le giornate ad affinare le sue doti di scienziato ma, essendo un imbecille, generalmente progetta macchine impossibili, inutili o addirittura dannose per gli altri alimenti, come il bollitore supersonico, il minipimer atomico e il frullatore stratosferico.

Il Coso - Il coso è l’ultimo eroe del gruppo, il più sfigato. Ha la capacità di mutarsi in pietra ed è dotato di una forza mostruosa. Purtroppo, essendo privo di arti e alto sette centimetri, questo potere non serve assolutamente a niente: non può fermare macchine in corsa, sollevare pesi, o piegare oggetti. Il suo più grande sogno è di acquisire un pollice opponibile, ma la mancanza di una mano renderebbe ridicola la faccenda. Quando si trasforma in pietra il suo peso può aumentare all’infinito e allora assume la capacità di ribaltare il frigo e sfondare i ripiani. Per questa ragione non è molto amato dagli altri componenti del gruppo.

Una volta delineate le personalità dei miei supereroi, ho preparato uno script improvvisando una trama e approntato un set per studiare l’affiatamento fra i componenti. Questa fase è durata due minuti scarsi: al primo ciak l’uovo torcia si è incendiato assodando gli altri protagonisti. Il Coso si è salvato ma è diventato incandescente e si è fuso con la tovaglietta di plastica del tavolo di cucina. Ho dovuto infilarlo nel lavandino e rimandare tutto. Sono distrutto.

L’esorcista

Esorcista

 

Il protagonista di questa GIF, remake dell’omonimo film del 1973, nella prima versione del copione doveva essere l’uovo e non la forchetta psicotica. A farmelo preferire era stato il modo in cui lo avevo visto contorcersi in diverse gif, tra cui la mia “Ombre rosse” del mese scorso. Le sue evoluzioni mi avevano ricordato la memorabile interpretazione del letto della bambina, che nella versione del ‘73 sobbalzava con un trasporto tale da farmi comprendere che era lui il vero protagonista della pellicola. Ero cosciente delle difficoltà a cui sarei andato incontro: la scena in cui la bambina rigurgita il cibo, ad esempio, poteva risultare umiliante per l’uovo, sia come attore che come alimento. Tecnicamente non c’erano grossi problemi: mi sarebbe bastato assestargli un colpo secco col cucchiaino, sollevare parte del guscio e far gocciolare fuori il tuorlo. Un'operazione tutto sommato abbastanza semplice che avevo già svolto con successo su decine e decine di uova alla coque. Quello che mi preoccupava era la mia possibile reazione: sarei riuscito a comportarmi in maniera professionale e ad evitare di inzupparci il pane? Non volevo rovinare un'amicizia vecchia di tre giorni e che, secondo la data di scadenza sulla confezione, poteva durare ancora per due settimane.

La scena più complessa era quella in cui la bambina si voltava verso la telecamera ruotando la testa di 180 gradi. L’avevo preparato per questo ma quando prima delle riprese entrai in camerino e dissi, “Oggi ti torco il collo!”, lo vidi sobbalzare come un uovo nel bollitore e sbiancare a tal punto che mi convinsi si fosse assodato da solo. Poi mi resi conto che queste dovevano essere le ultime parole che sua mamma, la gallina, aveva sentito pronunciare prima di essere condotta al macello. Come avevo potuto essere cosı̀ insensibile? Fargli rivivere il trauma infantile che doveva avergli segnato l’esistenza e pronunciare ad alta voce le stesse parole che, a ben vedere, sarebbero state le ultime che avrebbe ascoltato prima di lasciare questo mondo.

Quindi, dopo essere riuscito a calmare l’uovo, affidai la parte della protagonista alla forchetta psicotica. Avevo ricevuto altre candidature per quel ruolo, alcune veramente interessanti (clicca qui), altre curiose (clicca qui), la maggioranza decisamente patetiche (clicca qui), ma nessuna poteva rivaleggiare con la mia forchetta preferita. Per rendere credibile la trama dovetti adattare il copione alla personalità della posata: nella nuova versione era il demone ad essere la creatura innocente mentre la forchetta era l’entità malvagia che lo possedeva. Per far dimenticare all’uovo le mie gaffe cercai di coinvolgerlo affidandogli il ruolo di coprotagonista: il letto semovibile della bambina. La cosa funzionò a meraviglia: ad ogni ciak, senza che dovessi spronare nessuno, l’uovo entrava nel panico e cominciava a saltellare per la stanza, mentre la forchetta si contorceva in maniera talmente bizzarra da saldarsi da sola ed evolversi in cucchiaio. Alla fine la situazione era diventata così ingestibile che dovetti apportare un ulteriore modifica al copione per consentire al demone di convocare un esorcista e farsi liberare dal controllo della posata. Tutto sommato, sono veramente soddisfatto.

Ombre rosse

Ombre Rosse

 

Per prima cosa vorrei tranquillizzare gli animi. Le frecce che vedete sull’uovo non sono reali, sono un effetto speciale realizzato con degli stuzzicadenti e un po’ di vinavil. E neanche le ombre minacciose sono realmente pericolose, a parte forse la forchetta psicotica che ho dovuto inserire per fare numero e che, in ogni caso, essendo celata alla vista e indistinguibile dalle altre non può trasmettere la sua carica di tensione e delirio. 

Le contorsioni del protagonista invece sono reali: l’uovo non ha abbastanza corteccia cerebrale da distinguere la realtà dalla finzione. Appena ha visto le forchette, gli archi e le frecce, ha pensato di essere attaccato dai pellerossa e ha temuto per il proprio scalpo. E questo nonostante sapesse di essere privo di capelli. Conoscendo il suo carattere, il giorno prima delle riprese ho pensato di somministrargli di nascosto del valium, ma l’assenza di un qualsivoglia orifizio visibile ha reso penosa, e quantomeno imbarazzante, la questione. Innervosito, ho cercato nell’armadietto dei medicinali qualcosa che potesse andare bene e alla fine ho trovato un tubetto di Voltaren Gel che ho provveduto a spalmargli sul guscio. Pensavo che la sua azione decontratturante potesse avere un blando effetto sedativo, ma tutto quello che ho ottenuto è di renderlo unto e di farlo scivolare dallo scompartimento delle uova a quello della frutta. L’idea di essere scambiato per un arancia ed essere spremuto l’ha mandato nel panico ed ha finito per passare la notte in bianco. Sono un fautore del metodo Stanislavskij, ma il fatto che l’uovo abbia trascorso le ultime otto ore ad immedesimarsi in un agrume non gioca a mio favore.

La trama della GIF è, come al mio solito, abbastanza semplice. Un uovo avventuroso decide di cambiare vita e parte per il selvaggio west in cerca di fortuna. Per il semplice fatto di essere stato partorito da una gallina ritiene di essere in grado di gestire un ranch, in quanto “i ricordi atavici non si cancellano”. Giunto in zona incontra una tribù di forchette benevole che, non avendo mai visto un uovo da vicino, lo scambiano per qualcos’altro e lo invitano a fumare il calumet della pace. In un primo momento tutto sembra andar bene, ma quando si accorgono che l’uovo, completamente privo di apparato polmonare, invece di aspirare ed espirare, tergiversa, cominciano ad innervosirsi e decidono di cuocerlo. Sottoposto al rito tribale dei “due salti in padella”, al secondo salto viene colto al volo da un'aquila reale che da lontano lo aveva scambiato per un proprio figlio, perso tre anni prima in circostanze poco chiare. Portato sulla cima della Monument Valley, il povero uovo, con l’aiuto fondamentale della forza di gravità, riesce a scivolare fuori dal nido e a rotolare giù dal monte. Spinto dal vento giunge alla città di Laredo dove, scambiato per un celebre ladro di cavalli, viene condannato a morte per impiccagione. La scelta di questo metodo per l’esecuzione non è delle più felici: il basso peso specifico e la mancanza di un collo lo faranno penzolare per diciotto giorni, al termine dei quali verrà liberato e affidato alle cure della maestrina del paese. La giovane istitutrice, da poco giunta in città, si farà carico della sua educazione e lo accoglierà in casa propria con la benevola qualifica di “colazione”.

I più accorti del pubblico si accorgeranno che questo è in realtà un finale aperto. Il termine colazione, infatti, può definire diverse possibilità: alla prima colazione si può essere invitati in qualità di ospite, oppure partecipare in veste di pietanza. Se consideriamo il fatto che la maestrina è inglese, sia di origine che di abitudini culinarie, e che il nostro eroe ai suoi occhi è un uovo, tutte le strade sono aperte. Penso che ci sarà un seguito, restate connessi.

Hobo

14A Hobo

 

Da ragazzino mi innamorai dei libri di Jack Kerouac e del mondo degli hobo, i leggendari giramondo americani che negli anni ‘20 vagabondavano per quel paese, saltando sui treni in corsa e strimpellando alla chitarra le canzoni di Woody Guthrie. Ricordo che preso dall’entusiasmo mi precipitai alla stazione di Santa Maria Novella, a Firenze, e saltai sul primo treno merci di passaggio. L’impatto col portellone fu violentissimo e dovettero usare una spatola per staccarmi dal vagone e ricoverarmi al pronto soccorso. Adesso che sono passati tanti anni ripenso con tenerezza a quel periodo di ardori giovanili e sogni a occhi aperti: la maturità mi ha reso accorto, ma la voglia di raccontare l’ansia di libertà non è mutata. Girerò una GIF per narrare quel mondo e come protagonista ci sarà l’uovo, musa ispiratrice di tante pellicole horror.

Penso che darò all’animazione un taglio documentarista, accompagnando l’uovo nelle sue scorribande da una costa all’altra degli Stati Uniti. Per i provini ho usato delle controfigure: sei uova comprate al supermercato sottocasa. Raggiunta la stazione centrale sono riuscito a scagliarne otto contro un intercity di passaggio prima che un agente della polfer mi arrestasse, sequestrando gli altri interpreti. L’esperimento, comunque, mi è servito per capire che la cosa non è fattibile: le uova sono creature fragili, prive di senso dell’avventura e poco portate per le acrobazie. Tutte quelle scagliate contro l’intercity hanno mancato la presa, vuoi per la mancanza di estremità prensili, vuoi per la mia scarsa mira, vuoi per la presenza di troppe teste in movimento intente ad intercettare i miei lanci. Per le scene  d’azione, quindi, userò degli effetti speciali ricreando al computer l’America industriale degli anni venti. Credo di poter fare un buon lavoro.

Ho illustrato all’uovo la trama e mi è sembrato entusiasta (o indifferente, o indeciso, o qualunque altra cosa). E’ veramente difficile capire dall’espressione facciale di un uovo il suo reale stato d’animo; in realtà, il fatto stesso che non abbia una faccia rende complessa la questione. Il film prevede un tracollo economico simile alla grande crisi del ‘29, che cinematograficamente posso narrare prendendo tutto il contenuto del frigorifero e gettandolo nella spazzatura. Perso il posto di lavoro e attanagliato dai morsi della fame, l’uovo si dà al vagabondaggio e impara a suonare l’armonica a bocca. E qui già sorge un problema di aderenza alla realtà: le uova sono pochissimo portate alla musica e gli unici strumenti musicali adatti alla loro fisicità sono le percussioni, e a patto che accettino di rivestire il ruolo di tamburo. E anche in questo caso la loro fragilità le rende inidonee a qualsiasi ritmo che contempli l’uso di bacchette più grandi di uno stuzzicadenti. Per quanto riguarda la fame, recenti esperienze mi hanno insegnato che l‘unico modo per far dimagrire rapidamente un uovo è scagliarlo contro un intercity, ma la cosa non è fattibile: vuoi per la ritrosia dell’uovo a farsi lanciare, vuoi per l’agente della polfer che ormai mi conosce e non mi farà mai avvicinare di nuovo a quel treno. Anche in questo caso ricorrerò alla computer grafica, o ad una panciera. Per finire: c'è il momento struggente del ritorno a casa del vagabondo e dell’incontro con la vecchia madre. Dove la trovo una gallina?  

Cycle Surfer

13 CycleSurfer

 

Non ho resistito, preso dall’eccitazione del momento ho accantonato Superketchup e ho  girato la prima GIF neorealista ambientata nel fantastico mondo dei supereroi. L’idea mi è venuta mentre spronavo la bottiglietta di ketchup a gettarsi nel vuoto dal davanzale della finestra. Avevo avuto un'idea magnifica per una scena: la salsa si sarebbe lanciata a volo radente per impedire ad una gang di piccioni di banchettare con una famiglia di povere briciole di pane che, incautamente, si era inoltrata nel loro territorio. In questa breve scena c’era tutto il pathos del grande cinema hollywoodiano: il disagio giovanile, i legami famigliari e il senso del dovere della salsa aliena. Le briciole di pane erano semplici comparse che avevo raccattato dal tavolo di cucina e cosparso nel cortile, ed il primo piccione si era presentato all’audizione appena era terminata la distribuzione. Senza che dicessi niente si era ingoiato un paio di loro, con una spontaneità tale che avrei potuto benissimo decidere di dare un taglio documentaristico all’intero progetto e vendere la GIF al National Geographic. Mentre mostravo il copione al ketchup per spiegargli che non c’erano alternative e doveva lanciarsi al salvataggio delle briciole superstiti, ho visto un giovane passare con lo skateboard e ho avuto l’intuizione del secolo. Rilanciare il personaggio di Silver Surfer, producendo la prima GIF di supereroi in chiave neorealista.

Non capisco perchè registi come Visconti o Rossellini non ci abbiano pensato prima. Personaggi conflittuali come l’Uomo Ragno, o amareggiati come Wolverine, o visibilmente disagiati come l’incredibile Hulk, avrebbero potuto arricchire di spunti narrativi la nostra cinematografia mentre, nell'ottica di una proficua contaminazione, l’introspezione italiana avrebbe potuto allargare gli orizzonti a Capitan America, acculturare Hulk e consentire a Occhio di Falco di sindacalizzare il proprio ruolo negli Avengers. Con Iron Man e l’Uomo Ragno a pattugliare le città, nessuno avrebbe rubato biciclette o sparato alla schiena di Anna Magnani, mentre Fellini avrebbe potuto trarre ispirazione dalle tette di Wonder Woman e dare il giusto risalto al cappello di Thor, facendolo indossare da un vero attore come  Alberto Sordi.

Il protagonista sarà Silver Surfer, l’attempato hippie che da oltre cinquant’anni vaga per l’universo su una pittoresca tavola da surf. Ad interpretarlo ci sarà la piccola bicicletta neorealista, che recentemente ho rimesso a nuovo dopo averla recuperata dalle acque del lago di Bilancino. Preso dall’entusiasmo ho lasciato la salsa di pomodoro sul davanzale affinché guardasse il piccione banchettare con la famiglia e facesse pratica con i sentimenti di rivalsa, e mi sono precipitato in garage per recuperare la barca usata come transatlantico per le riprese della versione neorealista di “Titanic”. La poveretta non è messa molto bene: l’iceberg che gli ho scagliato contro per affondarla durante le riprese di “Titanic” l’ha colpita duramente - soprattutto nell’orgoglio visto che si trattava di un cubetto di ghiaccio - e avrà bisogno di un aggiustata. Il fatto che non sia mai stata nello spazio potrebbe creare dei problemi, ma confido che la totale assenza di gravità possa giocare a suo favore e funzionare come incentivo al galleggiamento. 

La trama è semplice: Galactus, il divoratore di mondi, ha mandato sulla terra il suo araldo Cycle Surfer per avvisare gli abitanti che presto saranno la portata principale del suo pasto. Preoccupato per l’eccesso di colesterolo, ingrediente principale nella dieta nordamericana, vuole che gli abitanti aderiscono in massa al programma Weight Watchers e prendano Jane Fonda a modello per una vita sana ed equilibrata. Ma l’anima neorealista della nostro eroina ha la meglio: giunta sulla terra si commuove e ispirata dal comportamento di Anna Magnani in “Roma città aperta”, si mette ad inseguire per tutta la Via Lattea l’astronave del delinquente galattico. Non essendoci ancora soldati tedeschi in grado di respirare nel vuoto siderale e sparare all'inseguitrice, l’astronave di Galactus è costretta ad allontanarsi  giurando che non tornerà mai più. In un finale alternativo, più fedele allo spirito neorealista, Galactus divora il pianeta e trasforma l’araldo e il suo fedele surf in una pasticca di alka seltzer di trecento chili.

Superketchup

13 Superketchup

 

Sono disperato, le riprese dei kolossal neorealisti che ho voluto girare sono costate più del previsto e adesso non so più come fare. Anche il recupero della piccola bicicletta affondata nelle acque del lago di Bilancino mi è costata una fortuna. La mia idea di risparmiare sulle spese aspirando l’acqua del lago con una cannuccia non si è dimostrata delle migliori: mi hanno ricoverato in ospedale e per lo stoccaggio delle dosi di vaccino antitetanico necessario a proteggermi hanno dovuto approntare una vasca da bagno i cui costi mi sono stati addebitati. A questo punto, per non far naufragare i miei sogni e raggiungere la celebrità nel mondo delle GIF animate, dovrò abbandonare le pretese di mantenermi con la sola animazione d’autore e cedere alle lusinghe del mercato. Girerò delle GIF di supereroi, genere che detesto cordialmente e che considero responsabile del degrado culturale che stiamo attraversando (insieme ai pantaloni a vita bassa, al piglio ottuso di Donald Trump e al taglio di capelli di Boris Johnson). Per cercare di mantenere integra la mia dignità di regista e restare coerente con le aspettative del pubblico mi sono ripromesso di inserire nella trama spunti di introspezione e di denuncia sociale. Quindi ho buttato giù la trama del mio primo copione e l’ho intitolato “Superketchup”.

Nella parte del protagonista ritroviamo la salsa di Ketchup che già ci aveva sorpreso in alcune pellicole precedenti. Abbandonata nel frigorifero per ben tre anni, la bottigliette era riuscita a superare indenne la data di scadenza, resistendo indomita alle muffe e ai miei ripetuti assalti per svitarne il tappo e farne condimento per hot dog. Dove una bottiglietta di salsa possa trovare il coraggio e la forza d’animo necessaria ad impedire quella semplice rotazione del tappo è un mistero. In famiglia tutti ricordiamo ancora il barattolo di olive Esselunga che nel 1982 riuscì ad impedirci di farcire una pizza surgelata, preferendo immolarsi piuttosto che cedere ai nostri capricci. Se allora avessi resistito all’impulso e non l’avessi scaraventato fuori dalla finestra oggi probabilmente avrei un'alternativa valida alla salsa di pomodoro e una bomba biologica nella dispensa. Ma, in ogni caso, non posso lamentarmi del ketchup: la sua caparbietà nel rimanere integro, più nel senso letterale che metaforico, ne fanno la scelta ideale per questo genere di pellicola. Se poi la cosa non dovesse funzionare, ripiegherò su un tubetto di maionese che da sette anni si finge morto nei pressi dello scomparto delle uova. 

Per la trama mi sono ispirato volutamente alle gesta del più grande supereroe di tutti i tempi: Superman. E’ stata una scelta dovuta: il personaggio è talmente complesso e ricco di sfaccettature che la trama si è praticamente scritta da sola. Il pianeta Krypton sta per esplodere e il padre di Superman, dopo aver messo il figlio nella capsula di salvataggio che lo porterà sulla terra, ha un ripensamento e lo sostituisce con una bottiglietta di ketchup a cui teneva tanto. Si tratta di un ketchup kryptoniano con cui era cresciuto e che gli era servito per condire alcune delle migliori insalate della sua vita. Giunta sulla terra, la bottiglia viene recuperata da una coppia di contadini dell’Arkansas e adulterata con del tabasco radioattivo, una brodaglia verdastra sintetizzata in un laboratorio di anfetamine di loro proprietà. Venduta ad un ristorante cinese e arricchita di peperoncino, la salsa subisce nella notte una mutazione terribile che ne decuplicherà le forze e l’intelligenza. Trattandosi di una bottiglietta di ketchup non ci saranno molte differenze e il piccolo condimento potrà cominciare una doppia vita: semplice salsa di giorno, giustiziere implacabile la notte.

Per la prima avventura credo che mi accontenterò di narrare le vicende sulla sua origine e del rapporto conflittuale con i genitori adottivi (il padre voleva approfittare del suo inaspettato arrivo per farcire un hamburger che da tempo teneva nella tasca dei pantaloni, mentre la madre, perplessa sulla data di scadenza kriptoniana, la vedeva bene nella pattumiera). Per rendere più avvincente l’episodio la farò scontrare con un nemico misterioso e implacabile: al momento sono indeciso fra i grassi insaturi delle patatine fritte, o l’abbondanza di colesterolo delle uova. Per dare il tocco di impegno sociale e realismo di cui facevo accenno prima, nei prossimi episodi la vedremo impegnata a combattere i grandi flagelli che ci affliggono e che in Toscana avranno a che fare con il lampredotto e con l’eccessiva aspirazione della lettera C. Come dicevo: praticamente la trama si scrive da sola.

La collina del disonore

La Collina del Disonore

 

Uno dei miei film preferiti è “La collina del disonore”, un film del 1965 diretto da Sidney Lumet. La pellicola, che aveva come protagonista Sean Connery, racconta delle vessazioni a cui sono sottoposti i prigionieri di un campo disciplinare durante la seconda guerra mondiale. Nella parte del protagonista ho scelto un pezzo di groviera che già da tempo osservavo con ammirazione. Trovo che abbia lo stesso fisico statuario e asciutto del Connery prima maniera e se si dovesse rivelare all’altezza delle aspettative sarò costretto a scegliere un altro formaggio per farcire gli involtini. La parte di Williams, il perfido sergente che infierisce sadicamente sui prigionieri, ho voluto affidarla ad una bottiglietta di Ketchup che da molti anni tenevo in frigorifero perchè non sapevo come utilizzare. Ho provato a metterla su delle uova in una occasione, ma da allora tutte le volte che ho allungato le mani per afferrarla ho percepito della tensione provenire dal loro scomparto e ho desistito. Lavorare fianco a fianco con molte di loro mi ha portato a provare dell’empatia e adesso non riesco più a mangiare un’insalata russa senza avvertire un certo disagio. 

Per prelevare la bottiglia di Ketchup senza traumatizzare le uova mi sono alzato alle tre di notte e ho cercato di fare il minimo rumore possibile. In effetti non so niente del ciclo del sonno di quegli alimenti: ho provato a leggere le avvertenze sulla confezione ma oltre al peso, alla provenienza e alla quantità di calorie che devono consumare per restare in forma, non c’è scritto altro. Le loro mamme, le galline, generalmente a quell’ora dormono, per cui ho dato per scontato che i loro figli facessero lo stesso. 

Ho lasciato la bottiglietta di salsa sul termosifone affinché facesse un po’ di preriscaldamento e fosse in forma per le riprese. Spero che l’averla tenuta appartata in un angolo del frigorifero per tre anni non l’abbia demotivata: in passato ho conosciuto un gorgonzola che dopo essere stato dimenticato in frigorifero per dieci mesi era diventato ingestibile. Ma nel contempo spero anche che il ketchup abbia accumulato abbastanza frustrazione da trasmettere questa sensazione agli spettatori. Sono un fautore del metodo Stanislavskij e penso che solo mettendo gli attori sotto pressione si possa estrarre da loro un atteggiamento consono alla scena che stanno girando. Mi ricordo che una volta, dovendo girare con un uovo una scena horror, per metterlo nella giusta disposizione gli ho fatto passare la notte fuori dal frigorifero, sdraiato con un po’ di sale e un goccio d’olio su una foglia di lattuga, accanto al bollitore dell’acqua. La mattina dopo l’uovo era cotto alla coque: suppongo sia stato vittima di una qualche suggestione psicologica, una sorta di effetto placebo in cui il soggetto, in previsione di una futura cottura, si assoda da solo.

In mattinata ho messo il groviera sul termosifone accanto al Ketchup per vedere se legavano. L’effetto è stato sorprendente: come se i due alimenti fossero fatti l’uno per l’altro. La salsa di pomodoro, col suo rosso intenso, suggeriva un temperamento sanguigno e collerico che ben si addiceva al personaggio del sergente; mentre il groviera, a contatto col calore del riscaldamento, si è accasciato su se stesso come se volesse anticipare lo stato d’animo spossato e abbattuto del protagonista. Mi sono commosso e ho dovuto lasciare la stanza, anche perchè cominciavo ad avvertire un certo languore e le cronache americane del “mee too” ci hanno insegnato che prevenire è meglio di curare. Quando sono tornato era troppo tardi: preso dall’estasi della recitazione il groviera si era accasciato in maniera esagerata fondendosi irrimediabilmente con la ghisa del termosifone. L’accaduto ci insegna che il metodo Stanislavskij è estremamente potente, ma che alcuni attori non sono assolutamente in grado di gestirne gli effetti. 

A quel punto non mi è restato che grattare via i resti del formaggio e dargli una degna sepoltura nella pattumiera di casa. Di lui resta soltanto questa misera GIF, a perenne memoria del suo talento, del suo coraggio e della sua profondità d’animo. Addio, amico. 

Ricomincio da capo II

10 Ricomincio da capo 2

 

I giorni migliori, alla fine, sono arrivati. Qualche giorno fa ho deciso di riprendere in mano il progetto di “ricomincio da capo” e di farne una versione neorealista. Dovevo soltanto girare tutto in bianco e nero e trasformare gli spunti comici in drammatici. Per fortuna la personalità della piccola bicicletta neorealista mi è stata molto di aiuto: la sventura si accanisce su di lei come la lungimiranza politica di Matteo Renzi si è accanita sul nostro paese. Avevamo lasciato la poveretta su Plutone, intenta a seguire delle lezioni di Pilates impartite da un monolite alieno, e non c’era modo per farla rientrare. Così avevamo deciso di girare tutte le scene su quel pianeta, coinvolgendo nelle riprese le maestranze locali: il monolite alieno e i sassi. Per la storia d’amore avevamo scelto di puntare sulla presenza scenica del monolite, perché la sua postura, rigida ed eretta, poteva facilmente essere scambiata per prestanza sessuale, dando al copione quel tocco di tensione erotica  indispensabile per raccontare qualsiasi storia d’amore. Per la questione del miglioramento non c’era che l’imbarazzo della scelta: la piccola bicicletta era risultata inadatta a qualsiasi attività e c’erano margini di miglioramento praticamente su tutti i fronti.

Alla fine abbiamo pensato che potesse migliorarsi assumendo atteggiamenti da mountain bike. La situazione era ideale allo scopo, Plutone era pieno di sterrati e le occasioni per compiere acrobazie spericolate non mancavano. Quindi abbiamo spronato la nostra piccola amica a lanciarsi da una discesa senza badare troppo alle conseguenze. Purtroppo l’ha fatto e al primo impatto con un sasso, complice la scarsa gravità del pianeta, è stata sbalzata fuori da quel corpo celeste ed è entrata in orbita. 

Gravitazionare per l’eternità intorno ad un pianeta, in fin dei conti, è come essere intrappolati in una sorta di loop temporale a largo respiro e la cosa poteva anche dare dei benefici alla trama ed entusiasmare il pubblico meno accorto. Ma la forza centrifuga esercitata dalla pedalata isterica della sventurata, che in preda al panico cercava di emulare Gino Bartali nelle sue storiche sfide con Fausto Coppi, e la scarsa attrazione del satellite le hanno fatto superare il piano orbitale, scaraventandola nel vuoto siderale. A quel punto ci siamo trovati davanti ad una scelta, se continuare le riprese puntando sulla verve comica del monolite alieno, o seguire la nostra piccola amica nelle sue evoluzioni spaziali. La seconda opzione, con il drammatico abbandono nello spazio profondo e la perdita di ogni speranza, ci sembrava più neorealista della prima, quindi l’abbiamo preferita. C’era anche da prendere in considerazione che le cose, non potendo andare peggio di così, potevano solo migliorare e quindi ecco che il tema portante del film, il miglioramento, era centrato.

Ma le cose, naturalmente, non vanno mai come vorremmo. A quanto pare la traiettoria imposta dal sasso all’improvvisata mountain bike era quella giusta per consentirle il rientro sul nostro pianeta. Qualche settimana dopo abbiamo captato un messaggio della Nasa che avvertiva dell’avvistamento di un oggetto volante non identificato in rapido avvicinamento alla Terra. Il pianeta veniva allertato su una possibile invasione aliena e noi non ce la siamo sentita di calmare gli animi rivelando la vera natura della presunta minaccia. Presi dall’entusiasmo abbiamo sragionato sulla possibilità di emulare Orson Welles e la sua indimenticabile trasmissione radiofonica, “La guerra dei mondi”, del 1938. Alla fine la piccola bicicletta è ammarata nel lago di Bilancino, una pozzanghera d’acqua cresciuta male situata a pochi chilometri da casa mia. L’abbiamo recuperata e portata a casa. Le ultime sequenze di quest’avventura le abbiamo usate come finale per “2001, odissea neorealista”. In questo modo almeno la struttura semantica di quella pellicola è rimasta fedele all’originale.

Ricomincio da capo

Rricomincio da capo

 

Volevo fare una versione impegnata della commedia con Bill Murray “Ricomincio da capo”. Nel film si narra di un presentatore televisivo che, catturato in un loop temporale, è condannato a risvegliarsi ogni giorno nello stesso albergo per rivivere gli stessi accadimenti vissuti il giorno precedente. Come protagonista della nuova versione ho pensato subito di coinvolgere il mio amico uovo perché mi sembrava che la sua vita, così intensa e piena di imprevisti, potesse fornirmi molti spunti narrativi. E’ strano, ma mi sbagliavo. 

Ho scoperto che il mio amico passa delle giornate noiosissime, svegliandosi e andando a dormire sempre nello stesso posto: lo scomparto delle uova. Il massimo dell’avventura lo vive quando apro lo sportello per prendere qualcosa da mangiare e per non farlo sentire escluso gli agito una padella sotto il naso. Non ha nessun amico, un po’ per la naturale ritrosia di chi è privo di apparato fonatorio e un po’ perché la mia compulsività nei confronti del cibo non gli lascia il tempo di farne. L’altro giorno, per esempio, credo abbia stretto amicizia con uno yogurt probiotico che avevo riposto accanto a lui, ma poi mi sono saltati fuori dei blocchi intestinali e si sono dovuti lasciare. Mi dispiace distoglierlo dalla sua placida routine, ma se voglio portare a termine il film devo assolutamente fargli capitare qualcosa d'interessante. 

Alla base della trama potrebbe esserci una storia d’amore, e per svilupparne una decente sono dovuto andare al supermercato dove l'avevo comprato per indagare su quali potrebbero essere le sue preferenze sessuali: purtroppo questo genere d’informazioni sono considerate ridondanti e sulle confezioni non le scrivono mai. L’addetto al reparto gastronomia è stato molto sgarbato e mi ha suggerito di scoprirlo da solo, magari infilandomelo nel luogo che il migliore amico dell’uovo, lo yogurt probiotico, aveva da poco provveduto a sbloccare. 

Alla fine ho lasciato perdere la storia d’amore e mi sono concentrato sul tema portante della pellicola: il miglioramento dell’individuo. Nel film con Bill Murray il protagonista riesce a uscire dal loop quando comprende che il tempo è troppo prezioso per sprecarlo e sceglie di utilizzarlo per migliorarsi, ad esempio imparando a suonare il piano. La mancanza di arti prensili mi ha costretto ad improvvisare studi più consoni alla sua natura di embrione di pollo, per cui l’ho portato al parco ed ho tentato di insegnargli a volare. Purtroppo, appena l’ho posato su una panchina, è stato afferrato da un cane estroverso che ha tentato di insegnargli a comportarsi da palla. Sono riuscito a salvarlo e l’ho riportato a casa, ritenendo che per quel giorno di shock ne avesse avuti abbastanza. Ha scoperto di non poter avere una vita sessuale soddisfacente, che anche i pastori tedeschi possono soffrire di alitosi e che il suo migliore amico, lo yogurt probiotico, ha lasciato questo mondo con delle bruttissime immagini nella mente. Mi dispiace, ma devo rimandare la pellicola a giorni migliori. Comunque tutta la faccenda sta prendendo la piega impegnata che speravo.

Eggs Pop

08 Eggs pop

 

Realizzare un documentario sulla vita interiore delle uova è un’impresa complessa. Prima di tutto perché le uova non hanno una vita interiore e poi perché, quando ce l'hanno, è difficile che sappiano apprezzarla. Esse sono creature estremamente introverse: secoli di caccia spietata da parte dell'uomo, di cottura alla coque e di frittate le hanno rese sospettose e poco incline al dialogo, sia interiore che esteriore. Da anni lavoro con un uovo per realizzare gif horror di ottima fattura; ci conosciamo e apprezziamo ma ancora non posso dire che siamo amici. Da parte sua, a tenerci distanti è l'indole naturalmente diffidente e la fragilità intrinseca della sua specie, mentre da parte mia è la malcelata voglia di rompere gli indugi e farne una maionese. 

Ma questa volta non ho avuto scelta: volevo raccontare del disagio interiore di un uovo e del suo viaggio per andare oltre le apparenze, scendere nel profondo del proprio io e raggiungere il principio di ogni cosa che, nel suo caso specifico, penso sia la gallina. Per farlo ho dovuto spronarlo ad abbattere i propri limiti, stuzzicare il suo ego e sbriciolare dell’anfetamina nel condimento. Non volevo assolutamente fargli del male, tutto è avvenuto in un ambiente perfettamente controllato - lo scomparto delle uova del frigorifero - e ho personalmente provveduto a monitorare la situazione lanciandoci un occhio ogni volta che aprivo lo sportello per uno spuntino. Lo scopo era realizzare un documentario in omaggio agli anni ‘70, un'avventura lisergica in cui il protagonista, grazie all’ausilio di oppiacei, esplora gli angoli più reconditi della propria psiche e ne rimane deluso. 

Ho scoperto che la vita interiore di un uovo è meno complessa di quel che credevo e che se rimescoli nel suo profondo al massimo ottieni uno zabaione. A momenti di euforia in cui probabilmente sognava di essere diventato pollo e di correre libero per prati verdi (clicca qui), alternava momenti di terrore puro (clicca qui), provocati da qualche insopportabile visione apocalittica (clicca qui). Probabilmente non ha ancora elaborato il lutto per la perdita delle sorelle, sei uova promettenti che in un momento di debolezza ho trasformato in tiramisù. Mi dispiace per quelle uova, ma come diciamo spesso noi uomini di spettacolo: "The dinner must go on". Per concludere il film e renderlo interessante ho voluto proporre due finali alternativi: entrambi ci mostrano il protagonista al termine del complesso percorso di autoanalisi. Nel primo prospettiamo un’evoluzione felice della storia, con un toccante incontro che commuoverà grandi e piccini (clicca qui); nel secondo abbiamo una visione leggermente più triste, ma anche più plausibile (clicca qui). Buona visione.