Hobo

Da ragazzino mi innamorai dei libri di Jack Kerouac e del mondo degli hobo, i leggendari giramondo americani che negli anni ‘20 vagabondavano per quel paese, saltando sui treni in corsa e strimpellando alla chitarra le canzoni di Woody Guthrie. Ricordo che preso dall’entusiasmo mi precipitai alla stazione di Santa Maria Novella, a Firenze, e saltai sul primo treno merci di passaggio. L’impatto col portellone fu violentissimo e dovettero usare una spatola per staccarmi dal vagone e ricoverarmi al pronto soccorso. Adesso che sono passati tanti anni ripenso con tenerezza a quel periodo di ardori giovanili e sogni a occhi aperti: la maturità mi ha reso accorto, ma la voglia di raccontare l’ansia di libertà non è mutata. Girerò una GIF per narrare quel mondo e come protagonista ci sarà l’uovo, musa ispiratrice di tante pellicole horror.
Penso che darò all’animazione un taglio documentarista, accompagnando l’uovo nelle sue scorribande da una costa all’altra degli Stati Uniti. Per i provini ho usato delle controfigure: sei uova comprate al supermercato sottocasa. Raggiunta la stazione centrale sono riuscito a scagliarne otto contro un intercity di passaggio prima che un agente della polfer mi arrestasse, sequestrando gli altri interpreti. L’esperimento, comunque, mi è servito per capire che la cosa non è fattibile: le uova sono creature fragili, prive di senso dell’avventura e poco portate per le acrobazie. Tutte quelle scagliate contro l’intercity hanno mancato la presa, vuoi per la mancanza di estremità prensili, vuoi per la mia scarsa mira, vuoi per la presenza di troppe teste in movimento intente ad intercettare i miei lanci. Per le scene d’azione, quindi, userò degli effetti speciali ricreando al computer l’America industriale degli anni venti. Credo di poter fare un buon lavoro.
Ho illustrato all’uovo la trama e mi è sembrato entusiasta (o indifferente, o indeciso, o qualunque altra cosa). E’ veramente difficile capire dall’espressione facciale di un uovo il suo reale stato d’animo; in realtà, il fatto stesso che non abbia una faccia rende complessa la questione. Il film prevede un tracollo economico simile alla grande crisi del ‘29, che cinematograficamente posso narrare prendendo tutto il contenuto del frigorifero e gettandolo nella spazzatura. Perso il posto di lavoro e attanagliato dai morsi della fame, l’uovo si dà al vagabondaggio e impara a suonare l’armonica a bocca. E qui già sorge un problema di aderenza alla realtà: le uova sono pochissimo portate alla musica e gli unici strumenti musicali adatti alla loro fisicità sono le percussioni, e a patto che accettino di rivestire il ruolo di tamburo. E anche in questo caso la loro fragilità le rende inidonee a qualsiasi ritmo che contempli l’uso di bacchette più grandi di uno stuzzicadenti. Per quanto riguarda la fame, recenti esperienze mi hanno insegnato che l‘unico modo per far dimagrire rapidamente un uovo è scagliarlo contro un intercity, ma la cosa non è fattibile: vuoi per la ritrosia dell’uovo a farsi lanciare, vuoi per l’agente della polfer che ormai mi conosce e non mi farà mai avvicinare di nuovo a quel treno. Anche in questo caso ricorrerò alla computer grafica, o ad una panciera. Per finire: c'è il momento struggente del ritorno a casa del vagabondo e dell’incontro con la vecchia madre. Dove la trovo una gallina?