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Luccicante

Luccicante

 

Un piccolo uovo e la sua bicicletta pedalano spensierati per i corridoi di un vecchio albergo abbandonato, improvvisamente una porta si apre e sullo sfondo appare il profilo inconfondibile di una forchetta psicotica (clicca quì). Con questa immagine potente ben impressa nella mente mi sono messo a scrivere la sceneggiatura di “Luccicante”, la versione animata e neorealista del capolavoro di Stanley Kubrick, “Shining”. Del film originale ho mantenuto le atmosfere claustrofobiche e l’ansia esploratrice del mezzo di trasporto: un triciclo nella pellicola di Kubrick e una bicicletta neorealista nella mia. Per il resto ho apportato delle grandi modifiche: la parte di Danny, il bambino telepaticamente talentuoso, l’ho affidata all’uovo. La sua forma ovoidale, se osservata a stomaco pieno e lontano dai pasti, suscita tenerezza e ci riporta all’infanzia, quel felice periodo della vita in cui la mancanza di una memoria ci consentiva di vivere il momento, senza l’angoscia del futuro (nel caso di noi umani) o di essere elaborato in zabaione (nel caso dell’uovo). Mi rendo conto che l’assenza di un cervello possa rendere complesso l’esercizio della telepatia e che la carenza di arti possa rendere poco credibile la pedalata, ma la giovialità e l’estro della bicicletta possono compensare questa mancanza, distraendo lo spettatore dalle inevitabili imprecisioni della sceneggiatura.

Come nel film originale il piccolo uovo avrà un rapporto conflittuale con la figura paterna (nel nostro caso, il pollo). La difficoltà di trovarne uno che non fosse precotto o confezionato mi ha spinto a metaforizzare la figura sostituendolo con la forchetta psicotica che, oltre ad avere la peculiare capacità di dare sui nervi a chiunque, possiede quattro punte che a una mente confusa come quella dell'uovo possono ricordare le creste del gallo. Ho notato che l’uovo fatica a distinguere la realtà dalla finzione e per avere comportamenti il più possibile spontanei devo inserire personaggi col quale possa immedesimarsi. Se nella forchetta psicotica ci dovesse vedere la figura paterna, otterrei un comportamento infantile e sottomesso, mentre se dovesse ravvisarci quello che è, una banale forchetta, otterrei un atteggiamento da tiramisù che ben poco avrebbe a che fare con la trama del film. Per quanto riguarda la posata, la carenza di sopracciglia arcuabili rende improponibile il confronto con Jack Nicholson, ma le quattro punte in perenne agitazione sono inquietanti, perlomeno quanto lo sguardo sornione del celebre attore.

Per quanto riguarda i fantasmi, la natura neorealista della pellicola mi obbliga ad inserirne di problematici, anime irrisolte destinate a vagare per i corridoi dell’hotel senza un piano ben preciso. Particolarmente irrisolto potrebbe risultare il formaggio svizzero, con tutti quei fori destinati a suggerire una morte violenta e suscitare raccapriccio, ma che in quanto emmenthal potrebbe anche suggerire un panino e suscitare appetito. Oppure il monolite alieno, che in qualità di pietrame basaltico si troverebbe a vagare per le stanze in veste di sconsolato fantasma senza neanche essere morto. Grandi aspettative, infine, le nutro verso la bottiglietta di ketchup. In una scena importante potrebbe rovesciarsi, provocando la famosa inondazione rossa che a suo tempo terrorizzò il bambino e che oggi, a maggior ragione, potrebbe terrorizzare l’uovo. Il suo destino di colazione gli è ben chiaro e ogni volta che vede una salsa, una saliera, o un pezzo di pane, va nel panico. Per la prima volta ho anche pensato di diffondere un trailer, un piccolo spezzone di pellicola contenente una scena simbolica che racchiuda il senso del film. Ci ho pensato a lungo e alla fine ho scelto una scena emblematica, quella finale, con il suo tragico epilogo che in perfetto stile neorealista frustra ogni ambizione di crescita del piccolo uovo. Se nel cinema cercate spessore ed introspezione, cliccate quì.