
Per aiutarvi a comprendere meglio le dinamiche cinematografiche, ho realizzato una breve clip per mostrare quanto può essere psicotica una forchetta assassina. Per riuscire a mostrare al mondo il vero volto di quella posata ho dovuto nascondere una telecamera dentro una presina da cucina che conoscevo da tempo, e che ha accettato di buon grado di prestarsi all’esperimento. In fin dei conti per una presina, abituata a muoversi tra fornelli e manici di pentola arroventati, il rischio che le chiedevo di correre era minimo. E poi in quanto attrezzo di cucina inanimato non aveva scelta.
Per diverse ore la forchetta ha cercato di dissimulare le proprie turbe con un comportamento freddo e distaccato, da posata normale. Poi in un attimo tutto è cambiato: all’improvviso c’è stata un’esplosione di rabbia incontrollata, assolutamente sorprendente per un oggetto privo di corteccia cerebrale e incapace di produrre adrenalina. Credo che sia la prima volta che assistiamo ad un fenomeno simile. In passato c’era stato un famoso scienziato israeliano, Uri Geller, che era riuscito a riprendere un cucchiaio in depressione mentre si ripiegava su se stesso, ma non è la stessa cosa.
Qui devo aprire una parentesi per ricordare quel cucchiaio. E’ doveroso ricordarlo perché, mentre lo scienziato Uri Geller è diventato ricco e famoso, di quella posata non si ricorda più nessuno. Eppure c’era anche lei in quei giorni gloriosi in cui si scrivevano pagine importanti nella storia della scienza. Se volete sapere che fine ha fatto, se non volete distogliere lo sguardo e dimenticare, cliccate quì. Adesso non resta che salutarlo: addio, piccolo cucchiaio, ti saremo sempre grati.
Per tornare alla nostra forchetta, c’è da chiedersi cosa l’ha ridotta così. Quale trauma può avere scatenato i suoi istinti omicidi? Purtroppo della sua origine sappiamo ben poco. Dalla sua confezione scopriamo che è stata prodotta in Cina e che è bene tenerla lontano dalla portata dei bambini. Questo ultimo consiglio ci allarma: i cinesi sapevano della sua pericolosità e non hanno detto niente? Temo proprio di sì: non può essere una semplice coincidenza che quel popolo preferisca usare le bacchette per portarsi il cibo alla bocca. Non mi piace fare dietrologia, ma su queste cose bisognerà pure riflettere.

Quando il neorealismo italiano incontra il cinema di un regista come Stanley Kubrick non può che nascere un capolavoro. Sto parlando del rifacimento in chiave neorealista dell’intramontabile “2001 odissea nello spazio”, film che il regista inglese girò nel 1968 e che nessuno è mai riuscito a capire. Credo che questa rilettura in chiave neorealista possa aiutare a complicare ulteriormente le cose, aggiungendo profondità alla profondità, introspezione all'introspezione. Il cinema d’essai, d'altronde, non è fatto per divertire. Se cercate divertimento e disimpegno cliccate su questo link.
In questa GIF la piccola bicicletta di Busto Arsizio viene ingaggiata dalla Nasa per andare sulla luna ad indagare su un misterioso monolite apparso sulla superficie. Per i tecnici dell’Ente Aerospaziale essendo essa stessa un mezzo di trasporto e quindi intrinsecamente portata a viaggiare, si potrebbe risparmiare sulle spese di lancio facendola precipitare da un gigantesco trampolino recuperato ad Aspen, nota località sciistica americana. I calcoli balistici saranno affidati ad Hal 9000, un'intelligenza artificiale problematica che, in coerente stile neorealista, risulterà essere affetta da demenza senile. Catapultata per errore su Plutone, la sventurata troverà ugualmente la maniera di contattare un monolite extraterrestre e farci amicizia. L’artefatto alieno, entrato finalmente in contatto con qualcosa di più complesso di un sasso, cercherà di farle acquisire un'intelligenza superiore per indurla ad afferrare un bastone ed agitarlo in aria, come già fece una volta sulla terra dieci milioni di anni prima. Si pensa, infatti, che i monoliti appartengono ad un'antica razza aliena di insegnanti di pilates benevoli, giunti nel nostro sistema solare milioni di anni fa per farci impratichire con quella dottrina e renderci magri e atletici. Essendo però la piccola bicicletta priva di pollice opponibile e di un impianto neuronale decente, il progetto risulterà fuori dalla sua portata e l'alieno finirà per rimandarla sulla terra, facendola rinascere sotto forma di pattino a rotelle.
Con quest’opera ho voluto fare un salto di qualità, dando al mio lavoro una dimensione metafisica che prima mancava. Le domande che affliggono la piccola protagonista sono le stesse che affliggono tutti noi: perché esistono le biciclette? Non é meglio prendere l'automobile? Cosa c’è dopo la rottamazione? Essendo poi neorealista ed italiana, le sue domande avranno un sovrappiù di angoscia: ci sarà traffico su Plutone? Devo portarmi gli spaghetti, o li venderanno anche nei loro supermercati? E i negozi saranno aperti la domenica? Sono tutte questioni importanti che non possono e non devono restare inevase. In un prossimo documentario, dedicato allo stoccaggio delle entità monolitiche aliene, affronterò il vantaggio della forma cubica nella prospettiva dei trasporti interstellari. Intanto potete visionarne un'anteprima cliccando quì. Continuate a seguirmi.

Essere una bicicletta neorealista non è facile. Dopo essersi rubata da sola e aver trovato e perso l’amore a Busto Arsizio, la sventurata decide di cercare la fortuna in America ma, in quanto neorealista, è condannata a naufragare, metaforicamente e letteralmente, nelle fredde acque dell’Oceano Atlantico. Liberamente ispirato al capolavoro di James Cameron “Titanic”, in questo tragico adattamento neorealista ritroviamo la piccola bicicletta che per dare una svolta alla propria esistenza, decide di imbarcarsi su un transatlantico diretto a New York. Purtroppo non essendoci a Busto Arsizio l’oceano Atlantico, il mar Mediterraneo, o un qualsivoglia corso d’acqua degno di questo nome, la poveretta è costretta ad affidarsi alle perigliose acque del Torrente Tenore che in Lombardia riesce a scorrere per ben 19 chilometri senza andare da nessuna parte. Abbandonata la speranza di confluire in un qualsiasi altro fiume ma ancora decisa ad imbarcarsi su un transatlantico, pedala da sola fino al Po’ dove riesce a salire su una barchetta a remi diretta a Chioggia, riuscendo in un colpo solo a sbagliare mezzo di trasporto e direzione. Complici le placide acque del vasto fiume e il beccheggio delle onde, fra i due mezzi di trasporto nasce un amore ribelle e appassionato, destinato presto a scontrarsi con le rigidi convenzioni sociali e un iceberg del peso di sette chili. Aggrappata ai resti del proprio amato, la piccola bicicletta riflette sugli errori del passato e capisce che la vita è troppo breve per sprecarla inutilmente: con il suo sacrificio la giovane barca le ha insegnato che bisogna saper vivere alla giornata e che guardare avanti è l'unica maniera che abbiamo per evitare di cozzare contro giganteschi cubetti di ghiaccio e rimanere intrappolati in mezzo ad un fiume.
Produrre questa GIF non è stato facile: non avendo mai visto un iceberg reale, e volendo rimanere fedele ai principi del neorealismo, ne ho prodotto uno nel congelatore di casa, utilizzando una bacinella d’acqua e tanta pazienza. Il risultato finale è un cubetto di sette chili che sono riuscito a lanciare verso la barca mancandola di circa dieci centimetri. Non è un cattivo risultato. Se avessi effettivamente abbattuto la barca le spese del kolossal sarebbero lievitate enormemente e non avrei potuto produrre il seguito, una commedia romantica nella quale la barca e la bicicletta coronano il loro sogno d’amore e riescono a formare una famiglia mettendo al mondo sette pedalò. Credo che quest’opera di contaminazione di generi cinematografici stia dando i suoi frutti.

Questa è un’animazione di cui sono particolarmente orgoglioso. In quest’epoca di Covid ho deciso di impegnarmi nella progettazione di una “Pubblicità Progresso” producendo una GIF, forse noiosa e priva di quella tensione narrativa a cui ormai siamo tutti abituati, ma indubbiamente necessaria, e socialmente utile.
Per la scena principale ho voluto un uovo che già aveva recitato per me in una GIF horror, e di cui avevo apprezzato la verve creativa e la presenza scenica. La scelta del protagonista è stata molto controversa e ha generato infinite discussioni: secondo una parte di me optando per l’uovo si correva il rischio di trasmettere informazioni scientificamente poco attendibili, mentre secondo l'altra parte l'attore andava benissimo ma bisognava cucinarlo subito alla coque perché avevamo fame. Per certi aspetti l’effettiva mancanza di un apparato polmonare (indispensabile per l’allocazione del virus) e la carenza di appendici quali naso e bocca (utili per giustificare la presenza dell’agente patogeno), avrebbero potuto invalidare l’impatto narrativo, ma per altri bisognava tener conto che in quest’epoca di restrizioni il poter alloggiare il protagonista in frigorifero per integrarlo nella dieta come fonte proteica, era una comodità non da poco. Purtroppo anche l’assenza di orecchie è stata vissuta da molti come un problema: effettivamente la mancanza di elementi al quale attaccare i lacci della mascherina ha creato non poche difficoltà logistiche, ma alla fine grazie alla computer grafica e ad un rotolo di scotch abbiamo rimediato in maniera più che soddisfacente.
La mia insistenza nel volere un uovo come protagonista della storia è dovuta al fatto che è facile immedesimarsi in quella creatura. Il suo carattere indomito, la forma rotondetta e la fragilità insita nella sua specie ne fanno un degno rappresentante dell’italiano medio. Inoltre la sua intrinseca natura di colazione lo rendeva idoneo ad un rapido spuntino, casomai le riprese fossero durate più del dovuto. In questo filmato lo vediamo ruotare su se stesso portando con orgoglio, ma anche con pazienza e spirito di dedizione, una mascherina antibatterica. Abbiamo scelto di proposito una semplice mascherina chirurgica, anziché una più performante FFP2, per non mettere a disagio nessuno e mostrare come anche i presidi medici più economici possano risultare utili. E poi il budget a nostra disposizione non ci permetteva di fare altrimenti.
Sperando di essere riuscito nell’intento di allertare la popolazione sul corretto modo di affrontare la pandemia, vi auguro buona visione.

Non ce l’ho fatta: ho passato la notte in bianco a pensare al dramma della piccola bicicletta che, condannata ad essere neorealista, passerà tutta la vita in completa solitudine a girare su se stessa. La mattina, appena alzato, ho steso una sceneggiatura che ribaltasse il punto di vista del giorno precedente e infondesse speranza anche agli appassionati della cinematografia italiana degli anni ‘50. Non è stato facile.
Dovevo cercare di rimanere coerente con la storia narrata il giorno precedente, essere fedele ai tratti psicologici della protagonista e creare un finale alternativo che fosse lieto e plausibile. Alla fine mi sono ispirato a una storia vera: l’amore sbocciato fra Donald e Melanie Trump. Ho scelto l’ex presidente degli Stati Uniti perché volevo una figura solida e reale, ma nel contempo frizzante e divertente, per contrappormi alla cupezza del giorno precedente. Non c’era molta scelta: Donald Trump, Boris Johnson o il dittatore nord coreano Kim Jong Un. Alla fine ho optato per Donald Trump, ritenendo che la sua carica di giovialità e ottimismo non potessero che giovare alla trama. E poi i capelli di Boris Johnson sarebbero risultati ingestibili mentre Kim Jong Un avrebbe tentato di uccidermi. Ho contattato Donald Trump che ha accettato di buon grado di fare da testimone a questa storia d’amore. Probabilmente visto che non è più presidente teme di essere dimenticato e se vuole avere qualche chance di tornare presidente nel 2024 non può perdere occasione di far parlare di sé. Per la figura della bicicletta maschile ho voluto aderire ai canoni del neorealismo e dopo un casting molto severo ho rubato una bicicletta lasciata incustodita da qualcuno nei pressi di casa mia.
La clip l’ho dovuta girare molte volte perché Donald Trump aveva problemi a rimanere fedele al copione che, purtroppo, prevedeva un’intera rotazione del corpo in senso antiorario. Distinguere la destra dalla sinistra non è facile per nessuno e per non sbagliare direzione l’ex presidente era costretto a seguire il movimento delle lancette dell’orologio che teneva al polso, non poteva guardare dove metteva i piedi e finiva per inciampare sulle proprie caviglie, cadendo a terra e facendosi male. Alla fine sono riuscito a sostituirlo con una controfigura digitale, un complesso effetto speciale che tutto sommato dà un tocco di sofisticatezza alla produzione. Quando sono riuscito ad ottenere un’intera rotazione senza incidenti ho deciso di terminare le riprese e mandare tutti a casa. Il risultato finale è una storia d’amore coronata sotto lo sguardo compiaciuto dell’ex presidente degli Stati Uniti. C’è il neorealismo italiano degli anni ‘50, la commedia sentimentale americana degli anni ‘80 e il documentarismo impegnato alla Michael Moore. Penso di aver fatto un ottimo lavoro.

Questo filmato resterà come pietra miliare nella storia del cinema italiano perché è la prima gif neorealista mai realizzata. Pensata come seguito ideale del capolavoro di Vittorio de Sica, “Ladri di biciclette”, la clip narra delle traversie di una povera bicicletta che, in seguito ad una serie di sfortunati eventi, decide di rubarsi da sola.
Ambientata nell’immediato dopoguerra, accompagnamo la protagonista a pedalare per le strade di una città deserta che potrebbe essere Roma o Milano, ma anche Pavia, Urbino o Busto Arsizio. Essa soffre per la propria condizione di bicicletta da passeggio e sogna una vita migliore per sé e per il proprio caro: il piccolo triciclo che pedala al suo fianco.
Vorrebbe vivere delle avventure: correre il Giro d’Italia, essere allucchettata ad una rastrelliera, affrontare le perigliose salite del Tour de France come fedele compagna di uno dei suoi due eroi, Gino Bartali e Fausto Coppi. Ma la vita sa essere crudele: per quanti sforzi faccia, presto la piccola bicicletta si renderà conto che non riuscirà mai ad evolversi in mountain bike e fuggire da quell'ambiente urbano che la vuole prigioniera. Inadatta alle lunghe percorrenze e priva del sostegno degli ammortizzatori, la poveretta finirà i propri giorni a girare su se stessa, vittima della propria ingenuità e della mancanza di un sistema nervoso che le consenta di distinguere la destra dalla sinistra. Non c’è speranza in questa pellicola, ma soltanto la fredda realtà di un mezzo di trasporto destinato in breve tempo a diventare obsoleto, sorpassato dal boom economico e dai vantaggi della pedalata assistita e del cambio Shimano.
Girato in un magistrale bianco e nero, questa animazione è destinata a rimanere impressa a lungo nella mente di chi la guarda, sia per la profondità del messaggio trattato che per le crisi di nervi che procura a chi l’osserva per più di cinque minuti.