
Nella splendida cornice della stazione di “Firenze - Campo di Marte”, il Trenino delle Meraviglie, nella speranza di portare in questo mondo un po’ di giustizia proletaria, torna a scagliarsi contro un treno “pieno di signori” mentre il Regista, nella speranza di non essere investito da qualche regionale di passaggio, torna a confondere il nord con il sud e a dare una propria interpretazione del tabellone delle partenze. Nel tentativo di instradare correttamente l’amico rivoluzionario, questa volta l’artista fiorentino decide di mettersi in gioco e - incurante del freddo, della polfer e dell’artrosi - si cala sui binari per indagare sulla crescita del muschio che, come recita il Manuale delle Giovani Marmotte, germogliando a nord aiuta gli avventurosi a restare sulla retta via. Purtroppo la buona manutenzione della stazione vanifica la ricerca, e lo sconforto, sommato ad una visione troppo idealizzata della vita nel selvaggio West, lo spinge a indagare posando l’orecchio sulla rotaia, nella convinzione che Zagor, o l’ultimo dei Mohicani, in una situazione simile si sarebbero comportati così. Ma il fatto che avrebbero fatto una cosa del genere, se da un lato potrebbe spiegare l’attuale scarsità di Mohicani, dall’altro non giustifica un comportamento simile. Se il freddo non avesse costretto l’artista a rinunciare al progetto, probabilmente avremmo avuto il ribaltamento della trama, con la locomotiva proletaria spazzata via dal primo Frecciargento di passaggio ed il neo-neo-neo-neorealismo italiano privato del suo più grande artefice. Sarebbe stato un peccato.








